Home Organigramma Sportello Siulp Archivio news Fotogallery Link Contatti
 

I bambini "schiavi del nuovo millennio"

a cura di Piero Di Lorenzo

 

Un fenomeno del tutto nuovo, e che ha trovato e trova tuttora impreparate su piani diversi (legislativo, organizzativo, culturale, ma anche educativo) le istituzioni è quello della forte presenza in Italia di minori, abbandonati a se stessi, che provengono da Paesi stranieri.

La scelta di utilizzare minori, in determinati settori illegali, non è affidata al caso; essa, anzi, si basa su una profonda conoscenza delle legislazioni penali dei Paesi in cui si svolgono queste attività e dipende, soprattutto, dalla domanda (illegale) generata nel mercato di determinate prestazioni (prostituzione, pedofilia, pornografia, droga, etc.). In Italia, come apprendiamo dalle cronache più recenti, questi settori sono particolarmente fiorenti e, dunque, è fiorente anche il relativo mercato dei minori. Anche i bambini, quindi, con il passare degli anni, sono purtroppo diventati per le organizzazioni criminali “merce” o “materia prima” privilegiata necessari per far fronte a lucrosi affari illeciti.

Li troviamo dovunque. Nei bordelli, agli incroci delle strade, sopraffatti dalla fame e dal degrado, pronti a soddisfare un mercato sempre più esigente: pedopornografia, sfruttamento sessuale, commercio di organi, lavori forzati e, dulcis in fundo, l’accattonaggio, considerato il settore maggiormente rappresentativo dei minori stranieri.

E’ stato recentemente dimostrato[1] che il flusso dei bambini schiavi proviene soprattutto dall’Est europeo, con Romania e Moldova in testa alla lista dei Paesi serbatoio, seguite da Bulgaria, Repubblica Ceca, Albania, Serbia e Croazia. Di solito arrivano in Italia di propria iniziativa e cominciano a chiedere l’elemosina e finiscono inevitabilmente impigliati nella rete di chi gestisce il territorio. In caso di performance deludente, vengono avviati al mercato del sesso. Il fenomeno in questione, inoltre, appare più presente nell’area dell’Italia centro – settentrionale, sia per il numero di casi registrati, sia per l’incidenza della componente straniera sul totale dei giovani denunciati.

Il problema è complesso, dunque, e comprende vari aspetti.

Il primo, più tradizionale, è quello in cui lo sfruttamento è in qualche modo collegato alla violazione della legislazione sul lavoro minorile. Tuttavia, scarsissime sono le notizie relative all'impiego irregolare di minori stranieri. Numerose ricerche testimoniano di casi di bambini cinesi impiegati nelle industrie tessili nei periodi di maggiore produzione; si tratta di una gestione prevalentemente a conduzione familiare, che però non sempre determina l'abbandono degli studi. Un altro settore in cui vi è un numero rilevante di minori impiegati irregolarmente è quello dei servizi domestici, ma probabilmente vi sono casi anche nel settore agricolo ed edilizio.

Una seconda casistica riguarda, invece, l'utilizzo dei minori nella vendita abusiva di fiori (nomadi), accendini (cinesi), sigarette, abbigliamento e tappeti (nord-africani). L'impiego del minore di 14 anni spesso è legato al fatto che è un soggetto non imputabile. Anche in questo caso, i minori in genere svolgono un'attività che non sempre compromette la frequenza scolastica: infatti, generalmente, il minore lavora insieme o sostituisce il genitore nel lavoro pomeridiano o serale.

Ben più gravi sono altre due tipologie di sfruttamento, dove l'impiego del minore quattordicenne, oltre ad essere determinato specificamente dalla sua inimputabilità, si inserisce all'interno di pericolose organizzazioni criminali.   In primo luogo, nel settore dell'accattonaggio dove i minori, quasi esclusivamente di sesso maschile, vengono reclutati con modalità in parte analoghe a quelle utilizzate per il reclutamento delle donne da avviare alla prostituzione. La sostanziale differenza tra gli uni e le altre è che, nel caso dei minori, le famiglie sono in genere informate dagli organizzatori del traffico e vi partecipano, ricevendo una parte dei guadagni. Identiche a quelle delle prostitute sono le modalità del trasferimento in Italia, ove vengono accompagnati da colui che li affiderà allo sfruttatore. Differente, invece, la collocazione alloggiativa rispetto alle donne, poiché i minori sono costretti a vivere in aree periferiche e dimesse, per lo più in immobili abbandonati, spesso in pessime condizioni igieniche.

I minori vengono costretti ad elemosinare per oltre dieci ore al giorno e a versare allo sfruttatore l'ammontare della questua, che viene inizialmente trattenuta per intero al fine di coprire le spese di trasferimento. Solo in un secondo momento una parte del ricavato, in genere inferiore a quella concordata, viene inviata alle famiglie originarie tramite persona di fiducia. Sovente i minori sono sottoposti ad ogni genere di violenza, fisica o psicologica, determinata dal tentativo di affrancarsi da tale schiavitù o dallo scarso rendimento. In altri casi, invece, la violenza è totalmente gratuita e finalizzata al mantenimento dello stato di soggezione del minore nei confronti dello sfruttatore. Pur non esistendo elementi che colleghino i vari sfruttatori in gruppi più o meno organizzati, è certo che fra di essi esistono accordi di mutuo soccorso, che consentono ai singoli di mantenere il controllo dei minori in circostanze sfavorevoli. Il fenomeno dei minori utilizzati nell’accattonaggio è iniziato ad emergere in Italia già alla metà degli anni ottanta e si trattava, in genere, di minori slavi di etnia rom. Alla fine degli anni ottanta sono iniziati ad arrivare i minori marocchini che, ai semafori, oltre a chiedere l’elemosina, lavavano i parabrezza delle automobili. Negli ultimi anni, invece, accanto ai minori nomadi dediti all’accattonaggio, ai semafori o lungo le strade, è sempre più frequente vedere minori albanesi, spesso senza famiglia e costretti a vivere per la strada[2].

Un altro tipo di sfruttamento minorile si riferisce all'utilizzo dei minori per piccoli furti (borseggi, furti in appartamento, furti di ciclomotori, etc.) ed in altri reati. Anche in questo caso, come nel precedente, sono soprattutto i minori nomadi ad essere coinvolti, spesso sotto la minaccia di percosse da parte dei propri genitori, tanto che, in più di un'occasione è stata prospettata la possibilità di una vera e propria riduzione in schiavitù.

Una forte preoccupazione desta anche il coinvolgimento dei minori stranieri nello spaccio di stupefacenti, fenomeno abbastanza recente ma che, soprattutto in alcune città (Torino, Genova) ha assunto dimensioni inquietanti. Si tratta in genere di minori nord-africani, presenti in Italia senza permesso di soggiorno, a volte entrati clandestinamente, ma spesso affidati dai genitori a parenti o ad amici di famiglia che vivono in Italia. L'inserimento nel racket dello spaccio avviene in genere attraverso altri connazionali che utilizzano i minori per fare da corrieri, ma sarebbe estremamente utile verificare quanti siano i minori stranieri che sono divenuti tossicodipendenti. Anche in questo caso, anche quando vengono colti in flagrante, è difficile trovare una soluzione adeguata: numerose sono le difficoltà nell'attuare il provvedimento di espulsione, soprattutto per la mancata attestazione della cittadinanza (in genere i minori non posseggono documenti di identificazione ed è difficile che le ambasciate collaborino in operazioni di rimpatrio); i minori quasi sempre rifiutano di rientrare spontaneamente nel Paese di provenienza. Anche l'inserimento dei minori in istituto è tutt'altro che semplice, per le carenze di strutture adeguate e per l'ostilità dei minori ad adattarsi alla vita in istituto.

Un ultimo tipo di sfruttamento riguarda la prostituzione di minorenni stranieri. Nel mondo la forma più comune ed estesa di traffico di minori è, infatti, quella che ha lo scopo di sfruttarli a fini sessuali o commerciali legati alla prostituzione. Organizzazioni criminali dedite alla prostituzione minorile, al turismo sessuale, alla produzione di materiale pornografico attraverso lo sfruttamento dei giovani e dei giovanissimi sono presenti in diverse zone del pianeta. Lo sfruttamento sessuale dei minori nel nostro Paese è fenomeno abbastanza recente, e vede coinvolte soprattutto minorenni provenienti da Paesi dell'Est, in particolare dall'Albania, dall'ex Jugoslavia, dalla Romania, dalla Repubblica Ceca. È possibile stimare la loro presenza in diverse centinaia di minorenni, sebbene è un dato in costante crescita. Anche se mancano riscontri oggettivi circa l'esistenza di una qualche organizzazione criminale strutturata ed interamente dedita al traffico e/o alla tratta dei minori a scopo sessuale, si è, tuttavia, resa evidente in varie occasioni la diffusa presenza sul territorio italiano di alcuni giri di prostituzione che afferiscono a gruppi di immigrati che si servono, fra l'altro e sempre più spesso, di minorenni da avviare in questa attività. L'attenzione, in particolare, va rivolta non solo alla prostituzione minorile in sé, che in Italia sembra avere un'incidenza relativamente bassa, quanto allo sfruttamento dei minori nei circuiti telematici della pedofilia e nella pornografia cartacea e/o visiva, attività, queste, spesso prodromiche alla stessa prostituzione.

Un caso a parte è sicuramente rappresentato dagli zingari, in forte ascesa nel panorama dei reati commessi dai minori. In molte città, soprattutto del nord e del centro Italia, i casi di minori zingari coinvolti in attività illecite quali il furto e il borseggio, sono in costante aumento, soprattutto con l’ausilio di persone adulte. Essi sono naturalmente coinvolti anche in attività di accattonaggio. Sia nell’accattonaggio, che nei furti in appartamento, si rileva l’utilizzo di giovani donne incinte, motivato dalla convinzione delle famiglie che esse riescano a produrre, in virtù del loro stato, un maggiore volume di profitti e maggiore clemenza nell’atteggiamento delle Forze di Polizia e dell’Autorità Giudiziaria.   

Proprio in tale contesto si è mossa, di recente, la Squadra Mobile di Milano mediante una interessantissima indagine. I poliziotti hanno censito una banda di trentacinque bambini ladri. Si è avuto modo di verificare che esisteva un gruppo di bambini e ragazzi (tra i 6/8 anni e i 12/14 anni), provenienti dai campi nomadi dell’hinterland milanese che vivevano mettendo in atto decine di tentativi di borseggio. Sulle spalle di questi piccoli schiavi, però, gravava un mondo di adulti che prosperava tirando le fila, mettendo paura, allungando schiaffoni. Erano riuniti in bande che ricordano un po’ “Oliver Twist”, il romanzo di Dickens dedicato agli orfani che diventano ladri a forza di botte. I bambini del romanzo stavano nella Londra dell’ottocento, questi sono i degni eredi.

Si tratta di bambini induriti. Bambini che lavorano nel settore dei furti, come quelli scoperti di recente a Torino nell’ambito di un’altra indagine, dove erano impegnati nella razzia del rame, asserviti ai capi. Piccoli uomini costretti a sbaraccare intere industrie, a sopravvivere in cunicoli, a strappare il rame a forza di braccia.

Se l’Italia piange, altre nazioni europee non ridono. A Londra, difatti, Scotland Yard ha sgominato un incredibile traffico di bambini acquistati per pochi centinaia di euro da bande criminali in Romania, dove i genitori li vendono perché in disperate condizioni economiche o perché convinti che i figli potranno avere un futuro migliore altrove, e poi portati in Gran Bretagna, addestrati al furto e al borseggio e tenuti pressoché prigionieri dai loro aguzzini. Sono chiamati “Fagin gangs”, dal nome del personaggio (Fagin, per l’appunto) che controlla e comanda una banda di giovanissimi borseggiatori in “Oliver Twist”, il romanzo di cui sopra. Secondo le cifre citate dal Times, una gang di duecento bambini rumeni opera regolarmente nelle strade di Londra e in tutto ce ne sono più di mille impiegati nel Regno Unito come ladruncoli di strada. La loro presenza è tangibile: le statistiche confermano che da quando la Romania è entrata a far parte dell’Unione Europea un anno fa circa, il borseggio è cresciuto del 750% soltanto nel quartiere di Westminster, ovvero nel centro della città. Anche il bottino risulta essere notevole: Scotland Yard calcola che le gang di bambini rumeni facciano guadagnare 100 milioni di sterline l’anno, circa 150 milioni di euro, ai “Fagin” che li controllano. I piccoli borsaioli, naturalmente, non vedono un soldo di questa fortuna: la gran parte del denaro viene rispedita in Romania, o attraverso bonifici bancari o semplicemente in contanti,, chiusi in valigie, in mano a qualche corriere.

Sulla base di tali considerazioni possiamo concludere sottolineando che sul problema affrontato sono state spese fiumi di parole, molte delle quali provenienti da commentatori improvvisati in vari salotti televisivi. Io ritengo che occorre tenerci alla larga da questi dilettanti e, come al solito, prendere come punto di riferimento le iniziative e i progetti sostenuti dagli addetti ai lavori, con particolare riferimento alla Polizia di Stato che, nonostante tutto, sono gli unici in grado di fornire delle soluzioni adeguate proprio per le esperienze vissute in prima persona. 

Nonostante le difficoltà di realizzare progetti educativi che possano produrre esiti favorevoli per i minori stranieri, soprattutto se non-accompagnati (causate da molteplici limiti di tipo giuridico e strutturale, inerenti la falsa identità dei minori o l’assenza di famiglie o riferimenti che complicano l’accesso alle misure specifiche previste dalla normativa italiana, ecc.), ci si adopera costantemente, attraverso linee d’indirizzo e con il lavoro quotidiano degli operatori dei Servizi minorili, a favorire progettualità d’inclusione sociale sui diversi territori. Rispetto a ciò forte è l’impegno, sia a livello centrale che periferico, di aprire i tavoli di concertazione con gli Enti Locali e il volontariato. Si tratta perlopiù di promuovere una mentalità che si faccia carico di programmare azioni condivise sul territorio dove l’obiettivo sia quello di realizzare politiche sociali capaci di promuovere il benessere e non solo e non tanto ridurre il danno.

Pensiamo all’incremento dei rapporti con gli Enti locali, territoriali e del privato sociale per curare il lavoro di rete atto a produrre la presa in carico, nel tempo, dei minori stranieri anche dopo l’uscita dal circuito penale, al fine di non disperdere il percorso avviato ed evitare che tanti minori divengano “oggetto” di sfruttamento e nuove schiavitù.

Pensiamo ai rapporti e ai tavoli di concertazione tra le Questure e le altre istituzioni coinvolte per consentire accordi mirati e quindi permettere a tali giovani di uscire dalla clandestinità.

Pensiamo all’incremento dei rapporti con l’Autorità Giudiziaria minorile affinché oltre a provvedimenti penali vengano previsti provvedimenti di tutela civile, al fine di garantire una presa in carico del minore straniero non accompagnato in tempi brevi. Tale segmento di azione è di particolare rilevanza se si considera che spesso la Giustizia Minorile rappresenta il primo contesto istituzionale con il quale il minore viene in contattato.

Non dimentichiamo, da ultimo, una applicazione completa dell’art. 31 della Legge “Bossi – Fini” (i colleghi dell’Ufficio Immigrazione ne sanno qualcosa), il quale  prevede l’istituzione presso la Presidenza del Consiglio di un “Comitato per i minori stranieri” con il compito di vigilare sulla tutela dei diritti dei minori stranieri soggiornanti in Italia, in conformità con quanto previsto dalla Convenzione ONU del 1989.

[1] Fonte: “Save the children”.

[2] Fonte: “Save the children”.

 

 

Indietro