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Un fenomeno del tutto
nuovo, e che ha trovato e trova tuttora impreparate su
piani diversi (legislativo, organizzativo, culturale, ma
anche educativo) le istituzioni è quello della forte
presenza in Italia di minori, abbandonati a se stessi,
che provengono da Paesi stranieri.
La scelta di utilizzare
minori, in determinati settori illegali, non è affidata
al caso; essa, anzi, si basa su una profonda conoscenza
delle legislazioni penali dei Paesi in cui si svolgono
queste attività e dipende, soprattutto, dalla domanda
(illegale) generata nel mercato di determinate
prestazioni (prostituzione, pedofilia, pornografia,
droga, etc.). In Italia, come apprendiamo dalle cronache
più recenti, questi settori sono particolarmente
fiorenti e, dunque, è fiorente anche il relativo mercato
dei minori. Anche i bambini, quindi, con il passare
degli anni, sono purtroppo diventati per le
organizzazioni criminali “merce” o “materia prima”
privilegiata necessari per far fronte a lucrosi affari
illeciti.
Li troviamo dovunque. Nei
bordelli, agli incroci delle strade, sopraffatti dalla
fame e dal degrado, pronti a soddisfare un mercato
sempre più esigente: pedopornografia, sfruttamento
sessuale, commercio di organi, lavori forzati e, dulcis
in fundo, l’accattonaggio, considerato il settore
maggiormente rappresentativo dei minori stranieri.
E’ stato recentemente
dimostrato
che il flusso dei bambini schiavi proviene soprattutto
dall’Est europeo, con Romania e Moldova in testa alla
lista dei Paesi serbatoio, seguite da Bulgaria,
Repubblica Ceca, Albania, Serbia e Croazia. Di solito
arrivano in Italia di propria iniziativa e cominciano a
chiedere l’elemosina e finiscono inevitabilmente
impigliati nella rete di chi gestisce il territorio. In
caso di performance deludente, vengono avviati al
mercato del sesso. Il fenomeno in questione, inoltre,
appare più presente nell’area dell’Italia centro –
settentrionale, sia per il numero di casi registrati,
sia per l’incidenza della componente straniera sul
totale dei giovani denunciati.
Il problema è complesso,
dunque, e comprende vari aspetti.
Il primo, più
tradizionale, è quello in cui lo sfruttamento è in
qualche modo collegato alla violazione della
legislazione sul lavoro minorile. Tuttavia, scarsissime
sono le notizie relative all'impiego irregolare di
minori stranieri. Numerose ricerche testimoniano di casi
di bambini cinesi impiegati nelle industrie tessili nei
periodi di maggiore produzione; si tratta di una
gestione prevalentemente a conduzione familiare, che
però non sempre determina l'abbandono degli studi. Un
altro settore in cui vi è un numero rilevante di minori
impiegati irregolarmente è quello dei servizi domestici,
ma probabilmente vi sono casi anche nel settore agricolo
ed edilizio.
Una seconda casistica riguarda, invece, l'utilizzo dei
minori nella vendita abusiva di fiori (nomadi),
accendini (cinesi), sigarette, abbigliamento e tappeti
(nord-africani). L'impiego del minore di 14 anni spesso
è legato al fatto che è un soggetto non imputabile.
Anche in questo caso, i minori in genere svolgono
un'attività che non sempre compromette la frequenza
scolastica: infatti, generalmente, il minore lavora
insieme o sostituisce il genitore nel lavoro pomeridiano
o serale.
Ben più gravi sono altre due tipologie di sfruttamento,
dove l'impiego del minore quattordicenne, oltre ad
essere determinato specificamente dalla sua
inimputabilità, si inserisce all'interno di pericolose
organizzazioni criminali. In primo luogo, nel settore
dell'accattonaggio dove i minori, quasi esclusivamente
di sesso maschile, vengono reclutati con modalità in
parte analoghe a quelle utilizzate per il reclutamento
delle donne da avviare alla prostituzione. La
sostanziale differenza tra gli uni e le altre è che, nel
caso dei minori, le famiglie sono in genere informate
dagli organizzatori del traffico e vi partecipano,
ricevendo una parte dei guadagni. Identiche a quelle
delle prostitute sono le modalità del trasferimento in
Italia, ove vengono accompagnati da colui che li
affiderà allo sfruttatore. Differente, invece, la
collocazione alloggiativa rispetto alle donne, poiché i
minori sono costretti a vivere in aree periferiche e
dimesse, per lo più in immobili abbandonati, spesso in
pessime condizioni igieniche.
I minori vengono
costretti ad elemosinare per oltre dieci ore al giorno e
a versare allo sfruttatore l'ammontare della questua,
che viene inizialmente trattenuta per intero al fine di
coprire le spese di trasferimento. Solo in un secondo
momento una parte del ricavato, in genere inferiore a
quella concordata, viene inviata alle famiglie
originarie tramite persona di fiducia. Sovente i minori
sono sottoposti ad ogni genere di violenza, fisica o
psicologica, determinata dal tentativo di affrancarsi da
tale schiavitù o dallo scarso rendimento. In altri casi,
invece, la violenza è totalmente gratuita e finalizzata
al mantenimento dello stato di soggezione del minore nei
confronti dello sfruttatore. Pur non esistendo elementi
che colleghino i vari sfruttatori in gruppi più o meno
organizzati, è certo che fra di essi esistono accordi di
mutuo soccorso, che consentono ai singoli di mantenere
il controllo dei minori in circostanze sfavorevoli. Il
fenomeno dei minori utilizzati nell’accattonaggio è
iniziato ad emergere in Italia già alla metà degli anni
ottanta e si trattava, in genere, di minori slavi di
etnia rom. Alla fine degli anni ottanta sono iniziati ad
arrivare i minori marocchini che, ai semafori, oltre a
chiedere l’elemosina, lavavano i parabrezza delle
automobili. Negli ultimi anni, invece, accanto ai minori
nomadi dediti all’accattonaggio, ai semafori o lungo le
strade, è sempre più frequente vedere minori albanesi,
spesso senza famiglia e costretti a vivere per la strada.
Un altro tipo di sfruttamento minorile si riferisce
all'utilizzo dei minori per piccoli furti (borseggi,
furti in appartamento, furti di ciclomotori, etc.) ed in
altri reati. Anche in questo caso, come nel precedente,
sono soprattutto i minori nomadi ad essere coinvolti,
spesso sotto la minaccia di percosse da parte dei propri
genitori, tanto che, in più di un'occasione è stata
prospettata la possibilità di una vera e propria
riduzione in schiavitù.
Una forte preoccupazione desta anche il coinvolgimento
dei minori stranieri nello spaccio di stupefacenti,
fenomeno abbastanza recente ma che, soprattutto in
alcune città (Torino, Genova) ha assunto dimensioni
inquietanti. Si tratta in genere di minori
nord-africani, presenti in Italia senza permesso di
soggiorno, a volte entrati clandestinamente, ma spesso
affidati dai genitori a parenti o ad amici di famiglia
che vivono in Italia. L'inserimento nel racket dello
spaccio avviene in genere attraverso altri connazionali
che utilizzano i minori per fare da corrieri, ma sarebbe
estremamente utile verificare quanti siano i minori
stranieri che sono divenuti tossicodipendenti. Anche in
questo caso, anche quando vengono colti in flagrante, è
difficile trovare una soluzione adeguata: numerose sono
le difficoltà nell'attuare il provvedimento di
espulsione, soprattutto per la mancata attestazione
della cittadinanza (in genere i minori non posseggono
documenti di identificazione ed è difficile che le
ambasciate collaborino in operazioni di rimpatrio); i
minori quasi sempre rifiutano di rientrare
spontaneamente nel Paese di provenienza. Anche
l'inserimento dei minori in istituto è tutt'altro che
semplice, per le carenze di strutture adeguate e per
l'ostilità dei minori ad adattarsi alla vita in
istituto.
Un ultimo tipo di
sfruttamento riguarda la prostituzione di minorenni
stranieri. Nel mondo la forma più comune ed estesa di
traffico di minori è, infatti, quella che ha lo scopo di
sfruttarli a fini sessuali o commerciali legati alla
prostituzione. Organizzazioni criminali dedite alla
prostituzione minorile, al turismo sessuale, alla
produzione di materiale pornografico attraverso lo
sfruttamento dei giovani e dei giovanissimi sono
presenti in diverse zone del pianeta. Lo sfruttamento
sessuale dei minori nel nostro Paese è fenomeno
abbastanza recente, e vede coinvolte soprattutto
minorenni provenienti da Paesi dell'Est, in particolare
dall'Albania, dall'ex Jugoslavia, dalla Romania, dalla
Repubblica Ceca. È possibile stimare la loro presenza in
diverse centinaia di minorenni, sebbene è un dato in
costante crescita. Anche se mancano riscontri oggettivi
circa l'esistenza di una qualche organizzazione
criminale strutturata ed interamente dedita al traffico
e/o alla tratta dei minori a scopo sessuale, si è,
tuttavia, resa evidente in varie occasioni la diffusa
presenza sul territorio italiano di alcuni giri di
prostituzione che afferiscono a gruppi di immigrati che
si servono, fra l'altro e sempre più spesso, di
minorenni da avviare in questa attività. L'attenzione,
in particolare, va rivolta non solo alla prostituzione
minorile in sé, che in Italia sembra avere un'incidenza
relativamente bassa, quanto allo sfruttamento dei minori
nei circuiti telematici della pedofilia e nella
pornografia cartacea e/o visiva, attività, queste,
spesso prodromiche alla stessa prostituzione.
Un caso a parte è
sicuramente rappresentato dagli zingari, in forte ascesa
nel panorama dei reati commessi dai minori. In molte
città, soprattutto del nord e del centro Italia, i casi
di minori zingari coinvolti in attività illecite quali
il furto e il borseggio, sono in costante aumento,
soprattutto con l’ausilio di persone adulte. Essi sono
naturalmente coinvolti anche in attività di
accattonaggio. Sia nell’accattonaggio, che nei furti in
appartamento, si rileva l’utilizzo di giovani donne
incinte, motivato dalla convinzione delle famiglie che
esse riescano a produrre, in virtù del loro stato, un
maggiore volume di profitti e maggiore clemenza
nell’atteggiamento delle Forze di Polizia e
dell’Autorità Giudiziaria.
Proprio in tale contesto
si è mossa, di recente, la Squadra Mobile di Milano
mediante una interessantissima indagine. I poliziotti
hanno censito una banda di trentacinque bambini ladri.
Si è avuto modo di verificare che esisteva un gruppo di
bambini e ragazzi (tra i 6/8 anni e i 12/14 anni),
provenienti dai campi nomadi dell’hinterland milanese
che vivevano mettendo in atto decine di tentativi di
borseggio. Sulle spalle di questi piccoli schiavi, però,
gravava un mondo di adulti che prosperava tirando le
fila, mettendo paura, allungando schiaffoni. Erano
riuniti in bande che ricordano un po’ “Oliver Twist”, il
romanzo di Dickens dedicato agli orfani che diventano
ladri a forza di botte. I bambini del romanzo stavano
nella Londra dell’ottocento, questi sono i degni eredi.
Si tratta di bambini
induriti. Bambini che lavorano nel settore dei furti,
come quelli scoperti di recente a Torino nell’ambito di
un’altra indagine, dove erano impegnati nella razzia del
rame, asserviti ai capi. Piccoli uomini costretti a
sbaraccare intere industrie, a sopravvivere in cunicoli,
a strappare il rame a forza di braccia.
Se l’Italia piange, altre
nazioni europee non ridono. A Londra, difatti, Scotland
Yard ha sgominato un incredibile traffico di bambini
acquistati per pochi centinaia di euro da bande
criminali in Romania, dove i genitori li vendono perché
in disperate condizioni economiche o perché convinti che
i figli potranno avere un futuro migliore altrove, e poi
portati in Gran Bretagna, addestrati al furto e al
borseggio e tenuti pressoché prigionieri dai loro
aguzzini. Sono chiamati “Fagin gangs”, dal nome del
personaggio (Fagin, per l’appunto) che controlla e
comanda una banda di giovanissimi borseggiatori in
“Oliver Twist”, il romanzo di cui sopra. Secondo le
cifre citate dal Times, una gang di duecento bambini
rumeni opera regolarmente nelle strade di Londra e in
tutto ce ne sono più di mille impiegati nel Regno Unito
come ladruncoli di strada. La loro presenza è tangibile:
le statistiche confermano che da quando la Romania è
entrata a far parte dell’Unione Europea un anno fa
circa, il borseggio è cresciuto del 750% soltanto nel
quartiere di Westminster, ovvero nel centro della città.
Anche il bottino risulta essere notevole: Scotland Yard
calcola che le gang di bambini rumeni facciano
guadagnare 100 milioni di sterline l’anno, circa 150
milioni di euro, ai “Fagin” che li controllano. I
piccoli borsaioli, naturalmente, non vedono un soldo di
questa fortuna: la gran parte del denaro viene rispedita
in Romania, o attraverso bonifici bancari o
semplicemente in contanti,, chiusi in valigie, in mano a
qualche corriere.
Sulla base di tali
considerazioni possiamo concludere sottolineando che sul
problema affrontato sono state spese fiumi di parole,
molte delle quali provenienti da commentatori
improvvisati in vari salotti televisivi. Io ritengo che
occorre tenerci alla larga da questi dilettanti e, come
al solito, prendere come punto di riferimento le
iniziative e i progetti sostenuti dagli addetti ai
lavori, con particolare riferimento alla Polizia di
Stato che, nonostante tutto, sono gli unici in grado di
fornire delle soluzioni adeguate proprio per le
esperienze vissute in prima persona.
Nonostante le difficoltà
di realizzare progetti educativi che possano produrre
esiti favorevoli per i minori stranieri, soprattutto se
non-accompagnati (causate da molteplici limiti di tipo
giuridico e strutturale, inerenti la falsa identità dei
minori o l’assenza di famiglie o riferimenti che
complicano l’accesso alle misure specifiche previste
dalla normativa italiana, ecc.), ci si adopera
costantemente, attraverso linee d’indirizzo e con il
lavoro quotidiano degli operatori dei Servizi minorili,
a favorire progettualità d’inclusione sociale sui
diversi territori. Rispetto a ciò forte è l’impegno, sia
a livello centrale che periferico, di aprire i tavoli di
concertazione con gli Enti Locali e il volontariato. Si
tratta perlopiù di promuovere una mentalità che si
faccia carico di programmare azioni condivise sul
territorio dove l’obiettivo sia quello di realizzare
politiche sociali capaci di promuovere il benessere e
non solo e non tanto ridurre il danno.
Pensiamo
all’incremento dei rapporti con gli Enti locali,
territoriali e del privato sociale per curare il lavoro
di rete atto a produrre la presa in carico, nel tempo,
dei minori stranieri anche dopo l’uscita dal circuito
penale, al fine di non disperdere il percorso avviato ed
evitare che tanti minori divengano “oggetto” di
sfruttamento e nuove schiavitù.
Pensiamo ai rapporti e ai tavoli di concertazione tra le
Questure e le altre istituzioni coinvolte per consentire
accordi mirati e quindi permettere a tali giovani di
uscire dalla clandestinità.
Pensiamo all’incremento
dei rapporti con l’Autorità Giudiziaria minorile
affinché oltre a provvedimenti penali vengano previsti
provvedimenti di tutela civile, al fine di garantire una
presa in carico del minore straniero non accompagnato in
tempi brevi. Tale segmento di azione è di particolare
rilevanza se si considera che spesso la Giustizia
Minorile rappresenta il primo contesto istituzionale con
il quale il minore viene in contattato.
Non dimentichiamo, da ultimo, una applicazione completa
dell’art. 31 della Legge “Bossi – Fini” (i colleghi
dell’Ufficio Immigrazione ne sanno qualcosa), il quale
prevede l’istituzione presso la Presidenza del Consiglio
di un “Comitato per i minori stranieri” con il compito
di vigilare sulla tutela dei diritti dei minori
stranieri soggiornanti in Italia, in conformità con
quanto previsto dalla Convenzione ONU del 1989.
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