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appagato,
orgoglioso di sé stesso e del proprio lavoro.
Perché possa vestire l’uniforme con vanto. E non
sia ridotto a fare ogni giorno calcoli spiccioli
e disonoranti del rapporto tra il dare e
l’avere. L’argomento, pertanto, non è
l’alternativa tra una vacanza esotica od una
festa elegante, come si potrebbe sospettare. E’
qualcosa di molto di più. Quel qualcosa che
ormai vive come da sempre in mezzo a noi
poliziotti ed in cui molti credono andando fieri
dell’appartenenza. Purtroppo: “Io voglio la luna
del pozzo!” E’ la ribadita ottusa sintesi del
mandato ricevuto da parte di LUI; presente per
rappresentare! Questa volta alternando tra
destro e sinistro lo scorcio di bieco per
mostrarli entrambi ed a turno i gialli canini.
Tanto lo sguardo traverso, a lungo studiato e
provato allo specchio di casa, è certo che ben
gli riesca da entrambe le parti. I poliziotti
sono eroi delle olimpiadi e persone
intelligenti. Peraltro i moltissimi che hanno
anche voglia e tempo di studiare ed aggiornarsi
si elevano ulteriormente da questa ‘normalità’.
Non c’è proprio bisogno, quindi, di precisare
che non è il sindacato -al quale chi scrive ha
dato ciò che gli è stato seriamente possibile- o
la sua utilità, o la sua funzione, o le sue
responsabilità l’elemento sul quale si apre
questa finestra. D’altra parte, se così non
fosse, questo periodico, ispirato proprio a
paralleli principi di sostegno, certamente non
avrebbe avuto spazio per queste riflessioni. La
finestra è sul modo, sullo spirito,
sull’obiettivo con il quale alcuni, forse troppi
di coloro che raggiungono il traguardo tanto
agognato di ‘rappresentare’ qualcuno, o solo sé
stessi, lo portano in campo, il sindacato.
Maniere e scopi deleteri. Per tutti: singoli ed
Insieme. Per l’immagine, la credibilità, la
funzionalità. A danno della faccia che ciascuno
di noi in divisa ogni giorno deve proporre a
qualcuno da dietro uno sportello, una scrivania,
il finestrino di un’auto d’istituto, per strada.
Od ogni volta in cui ciascuno di noi si trovi ad
esercitare l’autorità che gli è data nei
confronti di qualche altro. Quel ‘qualche altro’
che questa stessa autorità dovrebbe
attribuirgliela per stima, buona opinione,
reputazione, fiducia, compattezza, integrità. E
che mai dovrebbe vedere viziata, affievolita,
smorzata da gesti, affermazioni ed iniziative
egoistiche, idiote e sgretolanti. Proprio da qui
nasce il desiderio di strapparmi da dentro
queste riflessioni; dalla certezza che per chi
ci osserva molte delle nostre manifestazioni che
si affacciano all’esterno possano essere lette
non come segno di dialettica, crescita,
confronto, costrutto ma come fratture, disunità,
lotte, guerre che rischiano di distrarci od
allontanarci del tutto dal nostro compito. Ma
tant’è! Perché: “Io voglio la luna del pozzo!”
Strilla ‘LUI’. Grazie al ‘mandato’ che sente
prorompente e che ha imparato ad esercitare con
la tracotanza, la boria e l’onnipotenza della
‘lunga’ scuola di rappresentanza… di sé stesso e
di altri quattro (non nel senso di numero ma di
‘banda’) che, meschini loro, restano anche
nell’ombra! E grida LUI; nel vigoroso e cagnesco
esercizio dell’alta scuola personale. Tanto che
gli altri che assistono, al suo fianco, paiono
proprio dell’asilo. Certo! LUI rappresenta! Sé
stesso e qualche altro collega sofferente e
frustrato come LUI. Come LUI lavativo ed
emarginato per scienza e, così, obbligato ad
inventare ingiustizie ed iniquità anche quando è
in ferie od in malattia per poter ogni tanto
strillare al sopruso! E meno male che ci sono le
inventate ingiustizie che li chiamano allo
scoperto: LUI e gli altri della misera
compagnia. Perché quelli si possono incontrare
raramente e quando succede di loro si può
cogliere non più di un solo occhio e mezza
bocca; semplice vergogna, commenta chi sgobba a
tutto tondo ed alla luce del sole! Come LUI
pomposi e presuntuosi al punto da sentirsi
insopportabilmente depressi se i circuiti delle
riflessioni comuni e delle decisioni non
dovessero interessare il loro impianto di rame:
il migliore, quello insuperabile! Come LUI
talmente lontani dallo spirito che dovrebbe fare
gruppo con quello là davanti, che pure è parte
del tutto, ed indirizzare su tratti positivi
l’immagine senza sentirsi liberi di sputare
ignobilmente, ma col sorriso, in faccia a
colleghi dei quali vestono la stessa uniforme.
Come LUI tanto stupidamente ed
irresponsabilmente giocherelloni da fare
dell’opposizione e dello smarcamento ad oltranza
un divertimento, un esercizio quasi quotidiano e
della critica men che imbecille il vanto con cui
schernire altri che il servizio, il dovere, le
responsabilità e la fedeltà al mandato per cui
hanno anche espresso un giuramento solenne li
prendono sul serio. Come LUI stretti in quella
misera nicchia dell’ignoranza convinti di poter
argomentare anche con successo. Certo un
successo, per regolamento, spetta anche agli
stolti; quello di dover essere ascoltati!
Purtroppo! Si dovrebbe aggiungere; a conforto di
quei colleghi e di quello là davanti che,
appunto, debbono ascoltare! Ma a chi lo spieghi
che la carta intestata ed a colori che da
qualcuno hanno avuto in affidamento –è da
sperare con severità- serve a far sì che si
possa aiutare a fare di più e non a non fare
neanche quel poco che si potrebbe! A chi lo
spieghi? “Io voglio la luna del pozzo!” Insiste
LUI, con l’aria ed il tono che gli impone
l’abito scuro indossato per l’occasione sopra
l’azzurra uniforme, nel crescente stupore di chi
gli ha dato la parola e degli altri che
assistono. Nemmeno l’ombra, sul suo volto, del
sorriso di quando erano i colori sgargianti
della camicia hawaiana ad illuminare l’azzurro
di quella sua stessa uniforme. Ma tutti
ascoltano. Così è scritto! Anche chi gli ha dato
la parola si riprende ed ascolta. Addirittura
sembra volerlo assecondare; sembra che quello là
davanti stia veramente studiando il modo per
portargliela la luna del pozzo. Ed i due, visti
dagli altri con l’occhio interessato delle
diverse giubbe che in quei momenti coprono le
loro uniformi, sembrano di un mondo dove le cose
insulse, stupide, inutili ed offensive sembrano
anche acquistare senso e credibilità. Ma forse è
quello il vero modo del ‘delegato’. Forse è
quello il modo giusto dal quale, invece, gli
altri della partita sembrano lontani numeri
stolti. E sta a vedere che la luna quello gliela
porta veramente! Le riflessioni durano poco. Non
c’è tempo da perdere. E, con la faccia di LUI
che ora è dritta per mostrare intero il ghigno
della vittoria per quello che è già nell’aria:
“Voglio anch’io la luna del pozzo!” E’ il coro
che si leva anche da altri giocatori; anche loro
improvvisamente digrignanti. Con sorpresa di
altri che restano ancora a guardare smarriti e
di quello là davanti che accoglie l’improvviso
latrare come se all'istante il nulla che era
stato finora davanti si fosse materializzato in
una ciotola ricolma di ogni ben di Dio. Lì, nel
mezzo della contesa. Beh! In fin dei conti anche
quelli unitisi al ringhiare sono ‘delegati’! E
guai ad arrivare quando la ciotola è già stata
svuotata; del niente! Guai a far riempire d’aria
la pancia solo a quell’idiota che digrigna
dall’inizio! Guai a farsi sopravanzare da un
cretino che abbaia alla luna ed a farlo uscire,
LUI solo, proprio con la luna sottobraccio; che
enorme rischio di tessere perdute! Ma la
tentazione del nuovo mondo è di breve durata per
i randagi improvvisati, ché questi il
significato di ‘delega’ non lo perdono a lungo.
Aiutati come sono dall’improvviso
‘stralunamento’ di quello là davanti, di
qualcuno di loro ancora composto e serioso al
suo posto e dall’improvvisa vampata d’amore che
ritorna sui lembi d’azzurro che spuntano dalla
giubba indossata per quella che doveva essere
un’utile oretta di serio lavoro. Ma resta LUI.
Ché è anche lento a capire. E si va avanti! Ma
“Io voglio la luna del pozzo!” Ripropone
ringhiando il cretino con gli occhi di fuori ed
arraffando dal minaccioso cilindro, piatto e dal
tondo grigio scarabocchiato di balorde ansietà.
Esibendo, nel farlo, il lato cagnesco più
aggressivo e minaccioso. Ma iniziando anche a
sgretolare invisibili cristalli di bile grossi e
duri come iceberg. Ha ormai chiaro come il
giorno, infatti, che la luna resterà tranquilla
a dondolarsi nel pozzo. L’uno-due subito al
centro del grugno deforme lo sveglia
all’improvviso mentre da solo corre ancora
all’impazzata lungo l’autostrada della ‘sua’
scuola. La reazione è violenta! E non sono
soltanto classici cazzotti con il congiuntivo.
Magari fosse! Sono cazzotti sparati col piglio
della sapiente erudizione sul congiuntivo, sulla
sintassi, sulla terminologia. Ed anche sulle
idee (le sue), sui sensi compiuti e sulla
normativa. C’è da rappresentare degnamente i
quattro compari! Masticherà amaro fino a domani.
Quando saranno i volantini ed i giornali della
vendetta a riportare una storia di insensibilità
ai bisogni dei poliziotti, di ingiustizie, di
insicurezza dei cittadini, di delegati collusi,
di vertici incapaci, di poliziotti sottoposti a
condizioni di lavoro impossibili ed a forte
rischio di incolumità. Della ‘fine’ ormai
prossima, insomma! E proclami con promesse di
vertenze, manifestazioni, contestazioni,
querele, denunce. Naturalmente ben fantasticando
per illustrare al pubblico squallidi dettagli di
uno spettacolo in uniforme inventato. Ma…. un
momento! Stai a vedere che gli ingenui imbecilli
sono proprio gli altri. A pensarci, ora che lo
spettacolo sporco ed impietoso anche verso
l’appartenenza è in onda sale un flebile
sospetto di obiettivi di ‘potere’. Sale. Sale in
fretta! E prende corpo. Purtroppo, c’è voluto lo
scossone di infamità e bugie e di coloro che
sanno leggere volantini e giornali per poterlo
afferrare. Le bugie!? I volantini!? I giornali!?
E perché i giornali! Perché i volantini! Perché
le bugie! Ma è semplice! La leva è più forte!
L’intimidazione è più efficace! E l’accusa deve
poggiare su qualcosa, se il qualcosa non c’è
bisogna inventarlo. Ma che sia grave, il
qualcosa! Che richiami l’attenzione! C’è
l’opinione di mezzo. I poliziotti leggono. Legge
la gente….! Il potere si avvicina! E chi scrive
non ha da perdere. Chi scrive è uno che ha la
carta intestata a colori a disposizione, gli è
attribuito un ruolo; per regolamento. Non è un
poliziotto anche se veste l’uniforme da
poliziotto. Quel poliziotto non ha da perdere,
ché per strada, sul campo la faccia la portano
gli altri. Lui può farlo, meschino! Può farlo,
vigliacco; da dietro le quinte di un foglio di
carta di rappresentanza comperato con preghiere
e promesse agli amici per soddisfare doglie di
potere e l’incontenibile necessità di emergere e
potersi sapere condizionante. Lui può screditare
la famiglia alla quale appartiene; anzi deve,
ché lo sente come mandato. Perché ha dato la sua
parola di ‘uomo d’onore’; a qualche altro
vigliacco, presuntuoso, lavativo. Come LUI! La
strada? Quella dei vigliacchi, appunto! Quella
del ‘potere’ che più piace. Del potere che non
implica responsabilità. Che non implica scelte,
decisioni, risposte a chi chiede sicurezza.
Soltanto la ricerca di quattro (non proprio nel
numero come ricordato) tessere da vile
vagabondo. E se non arriva, il potere!? Se la
luna resta nel pozzo!? Beh, c’è la diffamazione
che è andata in onda; la vendetta è consumata lo
stesso! Ecco. Il percorso dello zotico
analfabeta è compiuto; ancora una volta. Anche
oggi il somaro ha buttato straccetti di
uniforme, che egli stesso ha fatto a pezzi e
sporcato, davanti agli occhi di chi si sforza di
avere fiducia cieca nella serietà e nella
risolutezza degli uomini che la divisa la
portano ogni giorno. LUI ha dato. Ancora una
volta! Al lavoro quindi. C’è molto da fare. La
simpatia, la scioltezza suggerite dalla
brillantezza dei colori di una camicia hawaiana;
la fiducia, la credibilità, la dignità, l’onore
costano fatica e noi dobbiamo faticare anche per
LUI. Il ‘sapiente’ e stupido arrivista in
elegante abito scuro che usa ostilità, astio,
livore, malanimo e deleghe per arrivare ed
aggrapparsi a quel qualcosa che non gli
appartiene. E mai gli apparterrà! Per fortuna!
Antonio Scuderi |