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Camicia Hawaiana o abito scuro?

 

E LUI disse: “Voglio la luna del pozzo!” Ponendo, nel farlo, leggermente di bieco la faccia per mirare di più lo sguardo verso chi aveva di fronte ed al fianco e per meglio mostrare il giallognolo ed aguzzo canino. Non si fa peccato se ogni tanto si finisce per parlare anche delle proprie cose; dei ‘panni sporchi’ come si suol dire. Non si fa peccato anche perché lettori di questo giornale sono anche i poliziotti e, magari, a qualcuno di essi potrebbe anche far piacere sentir rompere qualche tabù ed avere conferme che la rotta, la NOSTRA rotta, è fissa e precisa. Sentir finalmente parlare con pochi peli sulla lingua intorno ad un argomento quanto mai serio ma spesso reso dannatamente dissoluto dai percorsi di imbarazzante e cieca malvagità arrivista con cui viene condotto da troppi LUI. Atteggiamenti che veramente nulla hanno a che vedere con etica, utilità ed ‘interesse’ collettivo. Anche se, a sentirne i proclami, sono proprio ‘i LUI’ il motore giusto del delicato compito di quel qualcosa che si chiama ‘sindacato’! Quel qualcosa che ha retribuzioni, indennità, attrezzature, mezzi, strumenti di lavoro normativi e regolamentari da proporre, chiedere e difendere; per contribuire a rendere il poliziotto sereno, realizzato,

 appagato, orgoglioso di sé stesso e del proprio lavoro. Perché possa vestire l’uniforme con vanto. E non sia ridotto a fare ogni giorno calcoli spiccioli e disonoranti del rapporto tra il dare e l’avere. L’argomento, pertanto, non è l’alternativa tra una vacanza esotica od una festa elegante, come si potrebbe sospettare. E’ qualcosa di molto di più. Quel qualcosa che ormai vive come da sempre in mezzo a noi poliziotti ed in cui molti credono andando fieri dell’appartenenza. Purtroppo: “Io voglio la luna del pozzo!” E’ la ribadita ottusa sintesi del mandato ricevuto da parte di LUI; presente per rappresentare! Questa volta alternando tra destro e sinistro lo scorcio di bieco per mostrarli entrambi ed a turno i gialli canini. Tanto lo sguardo traverso, a lungo studiato e provato allo specchio di casa, è certo che ben gli riesca da entrambe le parti. I poliziotti sono eroi delle olimpiadi e persone intelligenti. Peraltro i moltissimi che hanno anche voglia e tempo di studiare ed aggiornarsi si elevano ulteriormente da questa ‘normalità’. Non c’è proprio bisogno, quindi, di precisare che non è il sindacato -al quale chi scrive ha dato ciò che gli è stato seriamente possibile- o la sua utilità, o la sua funzione, o le sue responsabilità l’elemento sul quale si apre questa finestra. D’altra parte, se così non fosse, questo periodico, ispirato proprio a paralleli principi di sostegno, certamente non avrebbe avuto spazio per queste riflessioni. La finestra è sul modo, sullo spirito, sull’obiettivo con il quale alcuni, forse troppi di coloro che raggiungono il traguardo tanto agognato di ‘rappresentare’ qualcuno, o solo sé stessi, lo portano in campo, il sindacato. Maniere e scopi deleteri. Per tutti: singoli ed Insieme. Per l’immagine, la credibilità, la funzionalità. A danno della faccia che ciascuno di noi in divisa ogni giorno deve proporre a qualcuno da dietro uno sportello, una scrivania, il finestrino di un’auto d’istituto, per strada. Od ogni volta in cui ciascuno di noi si trovi ad esercitare l’autorità che gli è data nei confronti di qualche altro. Quel ‘qualche altro’ che questa stessa autorità dovrebbe attribuirgliela per stima, buona opinione, reputazione, fiducia, compattezza, integrità. E che mai dovrebbe vedere viziata, affievolita, smorzata da gesti, affermazioni ed iniziative egoistiche, idiote e sgretolanti. Proprio da qui nasce il desiderio di strapparmi da dentro queste riflessioni; dalla certezza che per chi ci osserva molte delle nostre manifestazioni che si affacciano all’esterno possano essere lette non come segno di dialettica, crescita, confronto, costrutto ma come fratture, disunità, lotte, guerre che rischiano di distrarci od allontanarci del tutto dal nostro compito. Ma tant’è! Perché: “Io voglio la luna del pozzo!” Strilla ‘LUI’. Grazie al ‘mandato’ che sente prorompente e che ha imparato ad esercitare con la tracotanza, la boria e l’onnipotenza della ‘lunga’ scuola di rappresentanza… di sé stesso e di altri quattro (non nel senso di numero ma di ‘banda’) che, meschini loro, restano anche nell’ombra! E grida LUI; nel vigoroso e cagnesco esercizio dell’alta scuola personale. Tanto che gli altri che assistono, al suo fianco, paiono proprio dell’asilo. Certo! LUI rappresenta! Sé stesso e qualche altro collega sofferente e frustrato come LUI. Come LUI lavativo ed emarginato per scienza e, così, obbligato ad inventare ingiustizie ed iniquità anche quando è in ferie od in malattia per poter ogni tanto strillare al sopruso! E meno male che ci sono le inventate ingiustizie che li chiamano allo scoperto: LUI e gli altri della misera compagnia. Perché quelli si possono incontrare raramente e quando succede di loro si può cogliere non più di un solo occhio e mezza bocca; semplice vergogna, commenta chi sgobba a tutto tondo ed alla luce del sole! Come LUI pomposi e presuntuosi al punto da sentirsi insopportabilmente depressi se i circuiti delle riflessioni comuni e delle decisioni non dovessero interessare il loro impianto di rame: il migliore, quello insuperabile! Come LUI talmente lontani dallo spirito che dovrebbe fare gruppo con quello là davanti, che pure è parte del tutto, ed indirizzare su tratti positivi l’immagine senza sentirsi liberi di sputare ignobilmente, ma col sorriso, in faccia a colleghi dei quali vestono la stessa uniforme. Come LUI tanto stupidamente ed irresponsabilmente giocherelloni da fare dell’opposizione e dello smarcamento ad oltranza un divertimento, un esercizio quasi quotidiano e della critica men che imbecille il vanto con cui schernire altri che il servizio, il dovere, le responsabilità e la fedeltà al mandato per cui hanno anche espresso un giuramento solenne li prendono sul serio. Come LUI stretti in quella misera nicchia dell’ignoranza convinti di poter argomentare anche con successo. Certo un successo, per regolamento, spetta anche agli stolti; quello di dover essere ascoltati! Purtroppo! Si dovrebbe aggiungere; a conforto di quei colleghi e di quello là davanti che, appunto, debbono ascoltare! Ma a chi lo spieghi che la carta intestata ed a colori che da qualcuno hanno avuto in affidamento –è da sperare con severità- serve a far sì che si possa aiutare a fare di più e non a non fare neanche quel poco che si potrebbe! A chi lo spieghi? “Io voglio la luna del pozzo!” Insiste LUI, con l’aria ed il tono che gli impone l’abito scuro indossato per l’occasione sopra l’azzurra uniforme, nel crescente stupore di chi gli ha dato la parola e degli altri che assistono. Nemmeno l’ombra, sul suo volto, del sorriso di quando erano i colori sgargianti della camicia hawaiana ad illuminare l’azzurro di quella sua stessa uniforme. Ma tutti ascoltano. Così è scritto! Anche chi gli ha dato la parola si riprende ed ascolta. Addirittura sembra volerlo assecondare; sembra che quello là davanti stia veramente studiando il modo per portargliela la luna del pozzo. Ed i due, visti dagli altri con l’occhio interessato delle diverse giubbe che in quei momenti coprono le loro uniformi, sembrano di un mondo dove le cose insulse, stupide, inutili ed offensive sembrano anche acquistare senso e credibilità. Ma forse è quello il vero modo del ‘delegato’. Forse è quello il modo giusto dal quale, invece, gli altri della partita sembrano lontani numeri stolti. E sta a vedere che la luna quello gliela porta veramente! Le riflessioni durano poco. Non c’è tempo da perdere. E, con la faccia di LUI che ora è dritta per mostrare intero il ghigno della vittoria per quello che è già nell’aria: “Voglio anch’io la luna del pozzo!” E’ il coro che si leva anche da altri giocatori; anche loro improvvisamente digrignanti. Con sorpresa di altri che restano ancora a guardare smarriti e di quello là davanti che accoglie l’improvviso latrare come se all'istante il nulla che era stato finora davanti si fosse materializzato in una ciotola ricolma di ogni ben di Dio. Lì, nel mezzo della contesa. Beh! In fin dei conti anche quelli unitisi al ringhiare sono ‘delegati’! E guai ad arrivare quando la ciotola è già stata svuotata; del niente! Guai a far riempire d’aria la pancia solo a quell’idiota che digrigna dall’inizio! Guai a farsi sopravanzare da un cretino che abbaia alla luna ed a farlo uscire, LUI solo, proprio con la luna sottobraccio; che enorme rischio di tessere perdute! Ma la tentazione del nuovo mondo è di breve durata per i randagi improvvisati, ché questi il significato di ‘delega’ non lo perdono a lungo. Aiutati come sono dall’improvviso ‘stralunamento’ di quello là davanti, di qualcuno di loro ancora composto e serioso al suo posto e dall’improvvisa vampata d’amore che ritorna sui lembi d’azzurro che spuntano dalla giubba indossata per quella che doveva essere un’utile oretta di serio lavoro. Ma resta LUI. Ché è anche lento a capire. E si va avanti! Ma “Io voglio la luna del pozzo!” Ripropone ringhiando il cretino con gli occhi di fuori ed arraffando dal minaccioso cilindro, piatto e dal tondo grigio scarabocchiato di balorde ansietà. Esibendo, nel farlo, il lato cagnesco più aggressivo e minaccioso. Ma iniziando anche a sgretolare invisibili cristalli di bile grossi e duri come iceberg. Ha ormai chiaro come il giorno, infatti, che la luna resterà tranquilla a dondolarsi nel pozzo. L’uno-due subito al centro del grugno deforme lo sveglia all’improvviso mentre da solo corre ancora all’impazzata lungo l’autostrada della ‘sua’ scuola. La reazione è violenta! E non sono soltanto classici cazzotti con il congiuntivo. Magari fosse! Sono cazzotti sparati col piglio della sapiente erudizione sul congiuntivo, sulla sintassi, sulla terminologia. Ed anche sulle idee (le sue), sui sensi compiuti e sulla normativa. C’è da rappresentare degnamente i quattro compari! Masticherà amaro fino a domani. Quando saranno i volantini ed i giornali della vendetta a riportare una storia di insensibilità ai bisogni dei poliziotti, di ingiustizie, di insicurezza dei cittadini, di delegati collusi, di vertici incapaci, di poliziotti sottoposti a condizioni di lavoro impossibili ed a forte rischio di incolumità. Della ‘fine’ ormai prossima, insomma! E proclami con promesse di vertenze, manifestazioni, contestazioni, querele, denunce. Naturalmente ben fantasticando per illustrare al pubblico squallidi dettagli di uno spettacolo in uniforme inventato. Ma…. un momento! Stai a vedere che gli ingenui imbecilli sono proprio gli altri. A pensarci, ora che lo spettacolo sporco ed impietoso anche verso l’appartenenza è in onda sale un flebile sospetto di obiettivi di ‘potere’. Sale. Sale in fretta! E prende corpo. Purtroppo, c’è voluto lo scossone di infamità e bugie e di coloro che sanno leggere volantini e giornali per poterlo afferrare. Le bugie!? I volantini!? I giornali!? E perché i giornali! Perché i volantini! Perché le bugie! Ma è semplice! La leva è più forte! L’intimidazione è più efficace! E l’accusa deve poggiare su qualcosa, se il qualcosa non c’è bisogna inventarlo. Ma che sia grave, il qualcosa! Che richiami l’attenzione! C’è l’opinione di mezzo. I poliziotti leggono. Legge la gente….! Il potere si avvicina! E chi scrive non ha da perdere. Chi scrive è uno che ha la carta intestata a colori a disposizione, gli è attribuito un ruolo; per regolamento. Non è un poliziotto anche se veste l’uniforme da poliziotto. Quel poliziotto non ha da perdere, ché per strada, sul campo la faccia la portano gli altri. Lui può farlo, meschino! Può farlo, vigliacco; da dietro le quinte di un foglio di carta di rappresentanza comperato con preghiere e promesse agli amici per soddisfare doglie di potere e l’incontenibile necessità di emergere e potersi sapere condizionante. Lui può screditare la famiglia alla quale appartiene; anzi deve, ché lo sente come mandato. Perché ha dato la sua parola di ‘uomo d’onore’; a qualche altro vigliacco, presuntuoso, lavativo. Come LUI! La strada? Quella dei vigliacchi, appunto! Quella del ‘potere’ che più piace. Del potere che non implica responsabilità. Che non implica scelte, decisioni, risposte a chi chiede sicurezza. Soltanto la ricerca di quattro (non proprio nel numero come ricordato) tessere da vile vagabondo. E se non arriva, il potere!? Se la luna resta nel pozzo!? Beh, c’è la diffamazione che è andata in onda; la vendetta è consumata lo stesso! Ecco. Il percorso dello zotico analfabeta è compiuto; ancora una volta. Anche oggi il somaro ha buttato straccetti di uniforme, che egli stesso ha fatto a pezzi e sporcato, davanti agli occhi di chi si sforza di avere fiducia cieca nella serietà e nella risolutezza degli uomini che la divisa la portano ogni giorno. LUI ha dato. Ancora una volta! Al lavoro quindi. C’è molto da fare. La simpatia, la scioltezza suggerite dalla brillantezza dei colori di una camicia hawaiana; la fiducia, la credibilità, la dignità, l’onore costano fatica e noi dobbiamo faticare anche per LUI. Il ‘sapiente’ e stupido arrivista in elegante abito scuro che usa ostilità, astio, livore, malanimo e deleghe per arrivare ed aggrapparsi a quel qualcosa che non gli appartiene. E mai gli apparterrà! Per fortuna!

Antonio Scuderi