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FRAGILITA' E DEPRESSIONE NELLA POLIZIA DI STATO

 

Nel corso degli ultimi anni abbiamo, purtroppo, dovuto riscontrare un aumento considerevole dei suicidi tra gli appartenenti alla Polizia di Stato. Stiamo parlando di una media molto alta, un media che si aggira intorno ai 300 suicidi in 10 anni. Sono numeri “pesanti” che contraddistinguono oramai inesorabilmente la “nostra” Istituzione. Numeri che purtroppo (forse) ancora non fanno riflettere abbastanza sulla necessità di attenzionare ed arginare maggiormente il fenomeno. E’ vero infatti che in Istituzioni ad elevato grado di controllo sul personale, a basso grado di autonomia decisionale e basso grado di libertà di movimento, quali sono appunto le Istituzioni militarmente organizzate come la Polizia di Stato, il suicidio è più frequente. E’ altrettanto vero che in Istituzioni così rigidamente strutturate, il gesto non ha una valenza psicopatologica, bensì esclusivamente sociologica, così come hanno opportunamente dimostrato recenti studi. Gli psicologi, difatti, come ha appreso la nostra redazione, danno tre possibili chiavi di lettura del fenomeno: SOCIOLOGICA; PSICOLOGICA; PSICHIATRICA. A questo occorre aggiungere che fattori di rischio specifici dell’attività di Polizia (il dover intervenire spesso in situazioni di forte stress emotivo, elevato grado di rischio e di responsabilità per la propria ed altrui incolumità, ecc.) possono solo amplificare la possibilità del “rischio suicidio”. Riteniamo, quindi, che unendo ai quotidiani problemi personali, i fattori specifici di rischio, è solo più probabile che si inneschi una vera e propria “induzione” al suicidio. Tutto ciò dimostra il fatto che il poliziotto è soprattutto una persona e che il “GESTO ESTREMO” è il risultato anche e soprattutto della rottura di un sottile e fragile equilibrio interiore. Questo diventa irrimediabilmente fattore scatenante. Non dimentichiamo, poi, che la progressione di carriera, la ricezione di incarichi di particolarmente prestigiosi e gratificanti, il conseguimento di particolari qualifiche e prerogative di impiego, il raggiungimento di una sede vicina ai propri familiari, possono rappresentare, per determinati soggetti, obiettivi talmente “fondamentali” che, la semplice e minima percezione  di impossibilità o difficoltà di raggiungimento, ne comporti l’inevitabile trasformazione psicologica dello stesso soggetto a rischio. Un altro aspetto che merita di essere preso in considerazione è rappresentato dal rapporto, a volte conflittuale, con l’arma d’ordinanza, un elemento che “aiuta” solo a trovare più facilmente la “via di fuga-soluzione” ai conflitti interiori. Avendo nella immediata disponibilità uno strumento “risolutivo”, il soggetto a rischio è portato a prediligerlo. Le statistiche di settore, difatti,

confermano questa tragica tendenza: la maggior parte dei suicidi è avvenuto proprio con l’arma di ordinanza.  Il problema è serio, come ci si può ben rendere conto. Per questo sarebbe auspicabile che anche l’Istituzione faccia la sua parte. Predisponendo, magari, un più adeguato e qualificato servizio di supporto psicologico al personale eventualmente e particolarmente “a rischio”, ma soprattutto improntando, tale supporto, alla necessità di monitorare il “fenomeno suicidio” (piuttosto che porlo come ostacolo al mantenimento dell’idoneità al servizio di Polizia), ottenendo così un ulteriore vantaggio. Altra considerazione: la selezione psico-attitudinale dell’arruolamento, può essere un valido strumento iniziale. Ma non basta. Occorre tenere conto, difatti, che questa valutazione psico-attitudinale viene effettuata solo ed esclusivamente all’inizio della carriera, senza ulteriori “aggiornamenti” nel corso dei successivi anni di servizio. Poiché, allora, non è possibile (come già accennato all’inizio) alcuna predizione del “gesto”, diventa ancor più fondamentale un servizio efficace, efficiente e costante di supporto-monitoraggio, che consentirebbe inoltre, tramite i dati raccolti, di fornire più utili indicazioni per meglio valutare tanto l’iniziale idoneità, quanto le eventuali future applicazioni del neo-arruolato, all’attività all’interno dell’Istituzione, evitando così l’innescarsi del tragico “PROCESSO INVOLUTIVO”.


Massimiliano Bellomo