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Dal
3 al 5 giugno 2008 si è tenuto a Roma il summit sulla
fame nel mondo organizzato dalla FAO per tentare di
risolvere il grave problema alimentare. I grandi Paesi
industrializzati partecipanti al vertice, non sono stati
in grado di formulare un’ipotesi risolutiva per
alleviare la drammatica situazione in cui versano molti
Stati poveri, fatto questo che ha messo in luce la
totale assenza di spirito umanitario verso chi è più
debole economicamente e dunque più bisognoso. Ancora una
volta, dunque, è prevalso il più bieco cinismo politico,
il più assurdo egoismo burocratico a discapito di una
drammatica emergenza alimentare che richiederebbe un
radicale cambio di rotta. Il problema della fame nel
mondo coinvolge più di un miliardo di persone e potrebbe
provocare crisi politiche internazionali, soprattutto se
si analizzano le impressionanti notizie che provengono
da alcune delle zone più a rischio. Il governo delle
Filippine, ad esempio, è stato costretto ad annunciare
una distribuzione d’emergenza di riso alla popolazione
di Manila e l’India ha proibito, per legge, alla borsa
di Mumbai, le transazioni finanziarie sui
futures
di derrate agro alimentari; l’allarme coinvolge anche
l’Africa, l’Asia e l’America Centrale visto che il
governo di Haiti è stato costretto alle dimissioni dopo
essere stato travolto da una rivolta scoppiata dopo
l’ennesimo rincaro alimentare. Il Pakistan, addirittura,
ha dovuto distribuire le tessere di razionamento, la
Siria e l’Egitto hanno concesso d’urgenza aumenti
salariali del venticinque per cento ai dipendenti
pubblici. In merito a questa preoccupante situazione è
intervenuto anche il presidente della Banca Mondiale
Robert Zoellik, il quale ha riferito che “cento milioni
di persone stanno sprofondando nella denutrizione e, di
conseguenza, almeno trenta Paesi rischiano di
precipitare nell’instabilità politica e nella violenza”.
Parole forti che sembrano essere cadute nel vuoto, ma
fanno da eco al grido d’allarme lanciato dall’agenzia
dell’ONU specializzata negli aiuti alimentari, la World
Food Programme, da tempo ormai a corto di fondi e alla
costante ricerca di sostegno da parte degli Stati membri
per poter continuare la preziosa opera d’aiuto ai Paesi
bisognosi. Il flagello della fame ha da sempre
attraversato la storia dell’umanità, ma la crisi dei
nostri tempi ha caratteristiche inedite, poiché, non
colpisce solo quella fascia di popolazione mondiale che
da tempo vive in condizioni di assoluta povertà, ma
anche quei Paesi cosiddetti emergenti che sembravano
essere riusciti ad affrancarsi dalla fame grazie ad una
buona crescita socio economica e a circoscrivere il
fenomeno della denutrizione a quelle zone più depresse
come, ad esempio, l’Africa sub sahariana. Nessun esperto
è riuscito ad analizzare approfonditamente un simile
problema né i Paesi industrializzati, dal canto loro, si
sono mostrati sensibili al fenomeno dimenticando che si
andrà incontro al consolidamento del già esistente
divario fra un Occidente sempre più ricco e sprecone e
un Terzo e Quarto mondo incapaci di sfamare la loro
gente. Ma qual è il nesso fra la povertà che affama e la
sicurezza? Le proiezioni degli addetti ai lavori non
sono rosee e avvertono che fame e indigenza spingeranno
sempre più persone a lasciare il loro Paese d’origine
per cercare un posto al sole e gli immigrati
continueranno a sbarcare senza sosta (la cronaca di
questi giorni ce ne dà conferma) con tutto il loro
carico di problemi, sia dal punto di vista umano che in
termini di sicurezza, poiché i clandestini, per
garantire la loro precaria permanenza, potrebbero
cominciare a commettere reati andando ad ingrossare le
fila della criminalità. Questo è certamente uno scenario
apocalittico eppure non così lontano dalla realtà dato
che, per fuggire la fame, la miseria e le malattie, i
poveri continueranno a rischiare la loro vita pur di
raggiungere aree più ricche. Nessun Centro di Permanenza
riuscirà ad arginare l’ondata di disperati che potrebbe
riversarsi in Europa e in Italia: si parla di cento
milioni di nuovi affamati provenienti dalle zone più
povere del mondo e diretti verso il Mediterraneo, pronti
a tutto pur di scappare per raggiungere l’opulenza. Il
problema dell’immigrazione clandestina desta compassione
e rabbia nello stesso tempo, l’opinione pubblica è
divisa tra il sentimento di solidarietà e quello
dell’intolleranza alimentato soprattutto dalla cronaca
che quotidianamente registra il preoccupante aumento di
stranieri che delinquono, uccidono, violentano. Forse è
arrivato il tempo di una politica internazionale più
lungimirante, tesa essenzialmente a portare aiuti ai
Paesi poveri, a far sì che le popolazioni imparino a
progredire e a svilupparsi nei loro stessi territori.
Intraprendere una politica diversa consentirebbe di
evitare che si diffonda oltremodo l’allarmismo e che
l’aumento delle presenze straniere sul nostro territorio
diventi un problema di ordine pubblico visto che, i dati
a disposizione, non fanno altro che confermare questa
tendenza; si registra, infatti, un continuo aumento del
numero di stranieri presenti in Italia ed un parallelo
aumento di reati commessi da stranieri. Una politica
mondiale diversa consentirebbe di ridurre l’ostilità,
ormai elevata, nei confronti dei cittadini stranieri.
Unico esempio positivo in tale contesto è rappresentato
dalla Spagna di Zapatero che sta cercando di realizzare
accordi bilaterali con aree in forte difficoltà
economica. Già dalle prime avvisaglie di sommosse in
Africa legate alla crisi dei prezzi degli alimenti,
membri del governo di Madrid hanno iniziato un vero e
proprio tour in molti Paesi africani per stringere
accordi di cooperazione bilaterali. Le recenti prese di
posizione dell’Unione Europea in materia di immigrazione
clandestina, invece, confermano la tendenza alla
tolleranza zero, Francia e Germania stanno cercando un
accordo che metta fine alla clandestinità, in Italia si
parla di reato di clandestinità. Nulla, invece, è fatto
dai governi per incoraggiare e favorire la crescita
economica e sociale degli Stati poveri - dunque a forte
rischio di emigrazione clandestina - per impedire che
intere popolazioni si trasferiscano nel Vecchio
Continente. Ecco perché il vertice FAO si è rivelato un
fallimento. Esso poteva rappresentare un punto di
partenza concreto per l’attuazione di una nuova politica
verso gli immigrati e non lo è stato. |