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Relegare nelle pagine
sportive del lunedì lo spettacolo dell’Olimpico che ha
dato, di fatto, lo scudetto all’Inter grazie al
comportamento “arrendevole” della Lazio, è un colossale
errore. I valori e i disvalori che lo sport trasmette,
attraverso gli eroi della domenica (e dei giorni
feriali, purtroppo), emigrano ovunque, vengono appresi,
assimilati e divengono patrimonio della nostra cultura.
Confinare la partita di calcio nel suo mondo, quindi, è
come infilare la testa nella sabbia e rifiutarsi di
vedere ciò che abbiamo davanti agli occhi. Quello che
gli eroi della domenica dicono e fanno, viene imitato,
omologato e diventa comportamento di massa. Minimizzare,
commentare con una risatina indulgente o di
compatimento, eventi che meriterebbero di essere bollati
con il marchio d’infamia, è un rischio. Nessuno muore se
rinunciamo alla “lealtà” su un terreno di gioco, su un
circuito, su una pedana, nessuno si fa male se
rinunciamo a dare il meglio per vincere, ma dismettendo
o le regole più elementari di lealtà creiamo le
condizioni per un imbarbarimento della società civile.
Stiamo esagerando? |
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Forse, perché ci stiamo occupando di una partita di
calcio, segnatamente della partita che ha visto la
capolista battersi contro la Lazio. I tifosi laziali
hanno dal primo all’ultimo minuto incoraggiato la
squadra di casa a perdere, fischiando o disapprovando
chi provava a vincere e lo stesso portiere che provava
ad evitare che il pallone entrasse in rete. Curve
indispettite, inviperite, bollenti che, cosa mai vista
parevano intenzionate a non perdonare un comportamento
“corretto” dei loro beniamini sul terreno di gioco. In
questo contesto surreale, i giocatori – che peraltro
sapevano di non correre grossi rischi di retrocessione -
avendo avuto il vantaggio di conoscere il risultato
delle squadre a rischio – hanno tirato i remi in barca e
rappresentato uno spettacolo indecoroso davanti a
milioni di telespettatori italiani che non credevano ai
loro occhi. Questo tifo capovolto viene spiegato dagli
intenditori come una naturale “malandrineria” fra tifosi
della stessa città. Pura goliardia, insomma. Romanisti e
laziali non si sopportano, al pari degli interisti e
milanisti, torinisti e juventini, veronesi e seguaci del
Chievo. Nutriamo qualche dubbio. Considerare normalità
scendere in campo per perdere resta un’infamia, non
goliardia o atteggiamento dispettoso della tifoseria. Il
fatto che non ci sia stato alcuno scambio di favori, che
nessuno abbia cercato di “comprare” la remissività
laziale, non sposta di una virgola il problema, che è
quello di sempre: la lealtà, sportiva e non, il dovere
della correttezza affinché sia sempre il migliore a
vincere.Che non ci sia una tresca dietro, è
assolutamente ininfluente. Quel che conta è il
ripristino delle regole, la validità del principio,
altrimenti si stabilirebbe un precedente ignobile.
Avrebbe vinto ugualmente l’Inter? Probabilmente sì, ma
non lo sapremo mai. Non lo saprà nemmeno l'Inter, più
interessata della Lazio a saperlo. Che il risultato non
sarebbe cambiato, comunque, non significa proprio
niente. In campo si è vista una sola squadra
intenzionata a fare il risultato, la qualcosa deve pur
essere presa in considerazione dagli uomini che
rappresentano lo sport in Italia. Gli italiani hanno
bisogno di sapere che quanto avvenuto all’Olimpico è un
episodio di scorrettezza che va segnalato e
possibilmente censurato. Qualcuno segnala il
comportamento del giocatore romanista Totti, colpevole
di avere sbeffeggiato i tifosi laziali al termine del
derby vinto dai romanisti. Possibile che Totti abbia
esasperato gli animi con i suoi comportamenti goliardici
e “leggeri”, indegni di un professionista del suo
calibro, ma anche questa causa non giustifica un bel
niente, lasciando le cose come stanno. Qualche altro fa
osservare che nella Capitale ci sono emittenti
radiofoniche romaniste o laziali che non parlano d’altro
e "caricano" oltremisura gli ascoltatori durante la
settimana con esiti spiacevoli, facendo di una partita
di calcio una disfida di Barletta, e ricorda che in
passato si sono verificati gravissimi episodi provocati
dalle tifoserie, perfino l’assalto ad un commissariato
di polizia, dimenticato come tante altre riprovevoli
azionacce. Perciò i fischi diretti ai giocatori di casa
che si "azzardavano" a giocare come sanno, sono ben poca
cosa rispetto a quanto si è verificato in passato.
Bisogna lasciare correre, dunque? L’Italia dei romanisti
e dei laziali è colorita e divertente quando si misura
in un rettangolo di gioco, non lo è per niente fuori
dello stadio. Al pari del genio calcistico italiano,
Totti, amabilissimo con la palla al piede e negli spot
televisivi, per niente amabile fuori di questi contesti,
quando ammicca alle curve o indispone gli avversari, o
usa il suo carisma per irretire gli arbitri. Non ci sono
scuse che tengono quando si manca ai capisaldi dello
sport, alla sua ragion d’essere: riconoscere il valore
dell’avversario sia nella buona sia nella cattiva sorte,
battersi al meglio delle proprie forze per raggiungere
il risultato, onorare la partecipazione all’evento
agonistico con un comportamento leale. Sono principi che
valgono anche fuori dell’ambito sportivo e vanno perciò
perseguiti sempre e comunque. Quando ciò non avviene, le
trasgressioni vanno punite. Siamo troppo severi? I
modelli famigliari, ideologici, politici, culturali e
religiosi si sono indeboliti o, addirittura, in alcuni
casi, scomparsi del tutto. In questo deserto
l’appartenenza è confinata in alcuni casi nell’ambito
sportivo, affidata alla maglia della propria squadra di
calcio. L’identità nazionale si risveglia quando gli
azzurri scendono in campo. Le autorità sportive, tacendo
o facendo finta di niente di fronte ad episodi di
slealtà palese, si assumerebbero grandi responsabilità.
Tutelando la lealtà sportiva, si salvaguardano le regole
della convivenza civile!
Giuseppe
Mauceri |