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UNA MANOVRA, DUE ITALIE

 

 

Che si debba fare dei risparmi sono d’accordo tutti, perfino coloro che subiscono la stangata più dura, ma è su chi deve pagare e fino a che punto che si misura la civiltà di un Paese, non sulla cinghia stretta. E se a pagare sono i soliti noti, cioè il reddito fisso a qualunque titolo attribuito, cioè gli italiani che pagano le tasse sempre e comunque, non perché sono migliori ma perché non possono sfuggire al fisco, allora le cose non vanno proprio bene. Ed hanno un bel rincorrere ai paroloni, come la macelleria sociale, attribuita a furor di popolo agli evasori fiscali, se non si riesce ad uscire dal cliché. E non sono più tanti i contribuenti che digeriscono bugie, camuffamenti, chiacchiere.Il portafogli è già leggero ed il pensiero che venga ulteriormente alleggerito fa impazzire dalla bile anche coloro che sono in odore di santità.Se ognuno facesse la sua parte, piccola o grande che sia, l’Italia diventerebbe un Paese serio e ci capiremmo qualcosa di ciò che sta avvenendo nei sacri palazzi, dietro le quinte della manovra anticrisi, spiegata mille volte e aggiustata altrettante volte. Partiamo da alcuni fatti indiscutibili: la finanza conta sei volte di più nel nostro paese, rispetto all’economia reale, cioè le imprese, il lavoro eccetera. Di conseguenza dovrebbe dare un gettito sei volte di più all’erario, ma non è affatto così, anzi la situazione è capovolta: la finanza che paga le tasse, ed è trattata con i guanti gialli, arriva al venti per cento del reddito. Un’inezia rispetto a ciò che l’economia reale – imprese, lavoratori a reddito fisso e professionisti – elargisce all’erario. Non c’è nemmeno

paragone. La manovra non ha nemmeno sfiorato i grandi capitali, coloro che giocano in borsa, quelli che lucrano sulla speculazione – la speculazione che affossa l’economia e crea i guai che poi vengono pagati da tutti. Altro contesto, i costi della politica, avrebbero dovuto subire un salasso stando alle prime avvisaglie. Finalmente, supposero i più ingenui, sarebbe toccato all’ente intermedio, la provincia, levare le tende. Sapete com’è andata? Dapprima sono state indicate dodici province da decapitare e poi, si è soprasseduto. Quanto alle assemblee legislative, i due Presidenti, Fini e Schifani, si sono incontrati, hanno fatto sapere che avrebbe deciso dei tagli, ma non se n’è più saputo niente. Nel senso che non si sa niente di certo. I costi della politica non saranno ritoccati; se ciò avverrà, oltre che essere ininfluente, il provvedimento sarà di facciata. Rimane invariata la parte fissa sulla quale viene calcolato l’assegno previdenziale dei parlamentari, invariato il sistema dei ritocchi delle indennità, dei bonus eccetera, cioè gli aumenti percentuali, che fanno compere balzi consistenti al reddito. I tagli alle buste dei deputati dovrebbero riguardare i rimborsi. Un’inezia, che viene definita un’autentica rivoluzione. E magari lo è,visto che gli emolumenti sono andati sempre avanti al passo di carica, come il Settimo cavalleggeri nei film western con gli indiani alle prese con gli scalpi dell’uomo bianco. Con una differenza sostanziale, che gli scalpi alle fasce popolari a reddito fisso sono stati tagliati: il provvedimento che sembra incontrare consenso unanime nella maggioranza di governo, è, infatti, la potatura degli stipendi pubblici – il personale della pubblica amministrazione e della scuola. Dopo essere stati omaggiati del titolo di fannulloni, i dipendenti pubblici, vengono alleggeriti perché c’è bisogno di risparmiare. Non saranno tutti dei stakanovisti, d’accordo, ma i manager che si assegnano prebende sui derivati, costruiscono società come matrioske, “bevendosi” aziende solide per spartire dividendi immorali, sono degli stakanovisti? E sono in gran numero, in tutta onestà, gli stakanovisti che siedono in parlamento? L’equità non può essere inquinata da stereotipi, deve poggiare su parametri inequivocabili. Se si colpisce il piccolo reddito e si salvano i grandi redditi e si mantengono gli enormi costi dei Palazzi, la manovra anticrisi, raggiunga o meno il risultato, costituisce una grande ingiustizia, che rischia di condannare il Paese ad una grande instabilità sociale, lasciandolo nel mirino della speculazione a causa della sua strutturale debolezza. Se non si riesce a normalizzare i costi della politica e fare pagare le tasse alla finanza “creativa” (derivati, bond ecc) sarà difficile far accettare i sacrifici a poliziotti,magistrati, medici, farmacisti, maestri e professori,e dipendenti pubblici in genere individuati come le prime vittime della tosatura.

Giuseppe Mauceri