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Per
una vecchia e sbrigativa consuetudine la selvaggina è
ritenuta una “carne pesante”, cioè difficile a digerirsi
perché sarebbe troppo ricca di grassi.
Invece la carne degli animali selvatici possiede certe
doti nutrizionali che ne fanno un alimento sano, ricco
di proteine e soprattutto molto magre. Infatti il
contenuto in grassi della selvaggina si aggira
mediamente tra il due e il quattro per cento, ben al di
sotto del tasso del 30-40% dei salumi, della carne di
manzo e di montone, delle uova e e di diversi formaggi.
Come apporto calorico, le carni selvatiche sono più
vicine al pesce che alle carni della zootecniche.
COMPOSIZIONE IN PROTEINE, GRASSI E CALORIE PER100 GRAMMI DI PESO DEGLI ALIMENTI CRUDI
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CARNE |
PROTEINE |
GRASSI |
CALORIE |
|
Agnello |
18 |
23 |
279 |
|
Anatra domestica |
19,2 |
7,7 |
145 |
|
Bue (bistecca) |
17,4 |
25,3 |
303 |
|
Capra |
18,7 |
9,4 |
165 |
|
Montone |
16,5 |
29,5 |
332 |
|
Coniglio |
20,4 |
8,0 |
159 |
|
Gallina |
19,0 |
19,1 |
253 |
|
Maiale |
14,3 |
34,4 |
167 |
|
Manzo |
16,4 |
26,6 |
305 |
|
Pecora |
15,3 |
24,2 |
324 |
|
Piccione |
18,4 |
12,5 |
185 |
|
Pollo |
19,3 |
8,8 |
157 |
|
Tacchino |
21,1 |
15,4 |
223 |
|
PESCE |
|
|
|
|
Aragosta |
15,8 |
1,6 |
82 |
|
Baccalà |
37,2 |
0,7 |
155 |
|
Spigola |
16,5 |
1,5 |
82 |
|
Calamari |
12,6 |
1,7 |
69 |
|
Dentice |
16,7 |
3,6 |
101 |
|
Gamberi |
16,1 |
1,02 |
85 |
|
Luccio |
18,2 |
1,2 |
89 |
|
Merluzzo |
17,6 |
0,3 |
78 |
|
Ostrica |
9,0 |
1,2 |
80 |
|
Spigola |
3,2 |
0,3 |
26 |
|
Trota |
13,9 |
3,0 |
83 |
|
SELVAGGINA |
|
|
|
|
Capriolo |
21,4 |
3,6 |
124 |
|
Cinghiale |
21,0 |
2,0 |
104 |
|
Fagiano |
24,3 |
3,64 |
133 |
|
Lepre |
23,4 |
3,3 |
124 |
|
Camoscio |
20,4 |
2,3 |
123 |
|
Colombaccio |
21,6 |
1,2 |
82 |
|
Alzavola |
20,4 |
1,7 |
79 |
|
Beccaccia |
22,1 |
1,1 |
68 |
Occorre considerare che gli animali selvatici, sia
uccelli che mammiferi, fanno molto più movimento dei
loro cugini domestici, allevati intensivamente. Vedi i
paragoni tra cinghiale e maiale, tra lepre e coniglio
domestico, tra colombacci e piccioni e così via. La
veloce corsa di un ungulato e le migliaia di chilometri
percorsi dai migratori alati richiedono apparati
muscolari (cioè carni) ben sviluppati, ben ossigenati, e
non appesantiti dal grasso. La loro denominazione di
“carni rosse” è dovuta alla loro ricchezza in ferro,
cioè di un elemento indispensabile per legare
l’ossigeno, elemento essenziale al movimento. Una
trota di torrente contiene più ferro di quelle
allevate in vasca e l’agile cervo, possiede sei volte
più ferro di un pollo e quindi ha più proprietà
antianemiche.
Inoltre le carni selvatiche offrono maggiori garanzie
per una alimentazione naturale rispetto
all’incontrollabile giungla dei mangimi artificiali: dai
cascami dell’industria farmaceutica ai cocktail
ormonali, dai sofisticati composti chimici di sintesi
al riciclaggio dei più antigienici rifiuti organici e
inorganici, fino ai macinati a rischio trasmissione dei
prioni della mucca pazza. L’odierna offerta alimentare
negli allevamenti a scopo alimentare carneo è talmente
spregiudicata, in quanto esclusivamente finalizzata al
profitto, da trasformare dei tranquilli vegetariani in
aggressivi carnivori. in esasperati dalla cattività.
Per non parlare delle manipolazioni genetiche escogitate
per incrementarne la produttività, con posssibili
ripercussioni negative per la salute del prossimo.
La
fauna selvatica, è abbastanza al riparo degli attentati
biologici perpetrati ai danni di quella domestica. E’
un po’ meno al riparo dalle troppe cause di nocività
ambientale connesse alla crescente antropizzazione:
inquinamenti batterici, intossicazioni chimiche,
contaminazioni radioattive.
Tra
il paradiso naturale dei selvatici e l’inferno
artificiale dei domestici, c’è il purgatorio di quelle
specie animali il cui destino è ancora in evoluzione (o
in involuzione?) nel senso che pur essendo state ridotte
dell’uomo in stato di cattività, conservano ancora
inalterate le loro originarie caratteristiche
biologiche. Emblematico a questo proposito è il caso
dello struzzo, la cui principale difesa dagli attentati
dell’uomo-allevatore è quella di nutrirsi con alimenti
vegetali semplici ed energeticamente poveri come il
fieno e l’erba medica e di vivere all’interno di vasti
recinti all’aria aperta: cioè in condizioni di benessere
animale superiore a quello della zootecnia intensiva
tradizionale, altamente inquinante. La carne di questo
grosso uccello è povera di colesterolo e ricca di
ferro, con un tasso di grassi inferiore all’uno per
cento, rappresentato dai preziosi acidi grassi omega-3
(gli stessi del pesce azzurro) in percentuale ottanta
volte superiore alla carne di pollo. Gli omega 3 sono
preziosi perché prevengono i tumori, l’arteriosclerosi e
l’ipertensione. Negli USA viene somministrata ai
pazienti prima e dopo gli interventi di cardiochirurgia,
perché anche il cuore è un muscolo.
Ma
anche la carne di struzzo si sta affermando sulle nostre
tavole, e viene consigliata dai dietologi più
aggiornati, restano invece le difficoltà connesse alla
distribuzione al dettaglio della selvaggina in genere,
disponibile solo fra i cacciatori e i loro amici.
Dopo l’iniziale sviluppo della cosiddetta zootecnia
alternativa di qualche decennio fa, quando l’allevamento
di fauna selvatica rappresentava un reddito integrativo
per i terreni marginali, l’apporto alimentare di carni
selvatiche sui nostri mercati si è andato sempre più
affievolendo, ad eccezione forse per i prodotti di
lavorazione del cinghiale.
Sulla scia invece dell’accresciuto consumo di cinghiale
fresco, conseguente ad un approvvigionamento venatorio
largamente diffuso in tutte le regioni italiane nonché
all’affermarsi dei vari tipi di caccia agli altri
ungulati selvatici (dalla caccia di selezione al
all’agriturismo venatorio fino alle importate “monterias”)
occorrerebbe che le pubbliche amministrazioni
prendessero in maggiore considerazione questo
interessante capitolo di sviluppo economico, fino ad
oggi purtroppo trascurato per cronica impreparazione
culturale e per sterili settarismi ideologici
Per
ottenere un costante approvvigionamento di carni
provviste di maggior valore nutrizionale, non bisogna
però allevare intensivamente la fauna selvatica come
avviene per quella domestica. Infatti se desideriamo
mantenerne inalterate le sue preziose caratteristiche
occorre promuovere gli allevamenti estensivi allo stato
semi-libero, in modo che i selvatici possano continuare
a muoversi nei loro habitat naturali senza costrizioni
eccessive e invalidanti.
Nell’attesa che si consolidi un’esperienza
imprenditoriale al riguardo, potremmo intanto cominciare
a valorizzare concretamente quella più volte
sbandierata funzione socio-economica delle aree
protette, aumentando la loro produttività in risorse
faunistiche. Anziché stipendiare personale apposito, la
manodopera esperta e competente dei cacciatori,
potrebbe gratuitamente effettuare i prelievi
finalizzati oltre che ad una razionale gestione
faunistica, anche alla tutela della nostra salute, senza
alcun appesantimento dei costi per i consumatori e con
consistenti vantaggi per la traballante bilancia dei
pagamenti riguardante l’importazione carnea.
Si ringraziano vivamente le dottoresse EMILIA CARNOVALE
ed EMANUELA CAMILLI dell’Istituto Nazionale di Ricerca
per gli Alimenti e la Nutrizione di Roma per la cortese
consulenza scientifica.
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