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Alcune
settimane fa la Polizia di Stato ne ha combinata
un’altra delle sue: Milano – Palermo biglietto di solo
andata per due tra i più grossi mafiosi in circolazione.
Il numero due e il numero tre di cosa nostra,
nientemeno. Roba da far tremare le vene nei polsi per la
gioia. O per la rabbia. Nota stonata per parecchi,
perché non a tutti è piaciuto il fatto che a m o l l a r
e l’ennesima mazzata al cancro mafioso sia stata la
Polizia di Stato. Non sono stati i rondisti di
Crescenzago a trarli in arresto, né gli arditi incursori
del quinto aviotrasportato, e neanche quei militari
tanto cari al Ministro della Difesa. Non sono stati i
medicispia introdotti nell’ultimo pacchetto sicurezza,
né il neo-reato dello stalking a fare il miracolo. E per
esser precisi neanche il tanto decantato pacchetto
antimafia dell’agosto di quest’anno è servito molto
nell’occasione. Aggravare il 41-bis a chi è già dentro,
o anticipare la
possibilità della confisca a un diverso momento del
processo penale, o allargare le ipotesi di applicazione
delle misure di prevenzione non c’entra nulla con
l’arresto dei latitanti. C’entrano semmai le
intercettazioni telefoniche e ambientali, quelle cioè
che il Governo in carica intende fortemente ridurre per
varie ragioni. Perché costano tanto, perché a volte i
loro resoconti finiscono sui giornali, perché svelano
retroscena imbarazzanti. Ma che il Governo vuole
comunque ridurre. C’entrano semmai le politiche per
contrastar e i l patrimonio dell’organizzazione mafiosa,
colpirla nei suoi affetti più cari, che non sono gli
amici o la famiglia ma i soldi: e di certo un Governo
che nella finanziaria in discussione per l’anno 2010
propone di vendere ai privati i beni confiscati alla
mafia per “far cassa” non fa una politica convincente di
lotta alla criminalità organizzata. Anche un bambino
capirebbe che basta trovare il prestanome giusto per
consentire alla mafia di rientrare in possesso del bene
così faticosamente sequestrato. C’entrano sicuramente le
energie che un Governo intende profondere nello sforzo
della lotta alla mafia: uomini mezzi soldi. E qui casca
l’asino. Perché se dovessimo giudicare l’azione di
questo Governo secondo questo criterio, dovremmo gridare
allo scandalo. Proprio a Palermo, per effetto dei tagli
dell’ultima finanziaria gli investigatori hanno subito
la disastrosa decurtazione del settanta per cento (70%)
del budget per le missioni, e i colleghi del Reparto
Scorte, quello per intenderci che nelle guerre che la
mafia conduce contro lo Stato paga sempre il più
consistente tributo di sangue, invece di possedere 520
auto a disposizione per proteggere personalità davvero a
rischio, ne hanno 240.Le altre sono inservibili e
nessuno si sogna di sostituirle perché quando c’è da
scegliere si risparmia su tutto. Anche sulla nostra
pelle. E allora francamente non capisco il tifo da
stadio che si è scatenato in concomitanza con la nostra
brillante operazione della Polizia di Stato. Gente che
rappresentava lo Stato ai più alti livelli sbraitava ed
urlava ebbra di felicità come due sedicenni al concerto
di Eros Ramazzotti nel patetico tentativo di
accaparrarsi il merito di un evento accaduto a
prescindere dalla loro azione. Più correttamente,
“nonostante” la loro azione. Quella dei colleghi che
alzavano lo sguardo al cielo coperti dal mefisto, quella
era la gioia vera di chi rappresenta lo Stato. Quella è
la Polizia che un Paese moderno civile e legalitario
merita. Quella è la lezione di efficienza di abnegazione
e di eroismo che gli uomini di Stato riescono ancora
oggi a dare alle nuove generazioni. E se tra i ragazzi
delle medie qualcuno sta pensando di fare da grande il
poliziotto, è perché ha visto l’entusiasmo e la passione
di chi facendo bene il proprio mestiere contribuisce al
progresso del Paese. Non certo perché ha visto una
pletora di politicanti accapigliarsi per spartirsi una
preda che non hanno cacciato. Abbiamo molto apprezzato
la sensibilità del nostro Ministro il quale, insieme al
Capo della Polizia, ha voluto per l’ennesima volta,
testimoniare la sua vicinanza ai colleghi della Mobile
di Palermo e, loro tramite a tutti gli uomini e le donne
della Polizia di Stato. E’ stata una bella giornata per
tutti noi. Vedere il Ministro dell’interno che indossa
il mefisto o suona il campanaccio della catturandi
(quello che per tradizione viene suonato dai colleghi in
occasione di arresti eccellenti) è un segnale di intima
vicinanza, di condivisione e di sostegno alla nostra
causa. E solo il Padreterno sa quanto questo sia
importante per noi. Ma anche per il Ministro Roberto
Maroni è venuto il momento di decidere cosa fare. In una
serie di recenti incontri, qualcuno avvenuto anche a
ridosso della grande manifestazione organizzata da tutti
i sindacati di polizia contro i tagli della sicurezza,
il Ministro sembrava aver preso atto di quanto
drammatica fosse la situazione dell’intero comparto a
seguito dei tagli. Ed aveva promesso che avrebbe fatto
il suo mestiere. E ha mantenuto la parola prodigandosi
nel Consiglio dei Ministri per contenere i tagli,
ottenere finanziamenti ulteriori, cercare l’apertura sul
riordino delle carriere. Poi qualcuno, del suo partito,
suona la cornamusa celtica al momento giusto e il tutto
rientra nelle superiori esigenze della ragion di Lega.
Ecco è arrivato il momento di scegliere tra il
presentarsi in pubblico col fazzolettino in tasca
verde-lega anche quando si porge omaggio ai caduti di
Palermo o più sobriamente rappresentare in veste
istituzionale il Ministro dell’Interno quale centro
d’imputazione di tutte le responsabilità in tema di
sicurezza. Il nodo va sciolto arrivati a questo punto il
più presto possibile. Sennò amici come prima e ognuno
per la sua strada: la lotta alla mafia e al crimine
continuerà ma con la consapevolezza, ieri come oggi, che
a farla siamo solo noi. Siamo solo noi, e siamo davvero
sempre più da soli.
Felice Romano |