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I GIORNI DEL DOLORE. LE STRAGI DEL SABATO SERA. UN FENOMENO CHE NON ACCENNA A DIMINUIRE

a cura di Piero Di Lorenzo

Luglio 2009

E’ purtroppo diventata una consuetudine tragica leggere sulle prime pagine dei quotidiani, specialmente quelli a diffusione locale, la notizia di qualche giovane vita stroncata in un incidente automobilistico. Per lo più si tratta di ragazzi di ritorno da una nottata trascorsa in un locale. Spesso chi guida è di sesso maschile. La notte del sabato è l’intervallo temporale in cui più di frequente si verificano gli incidenti. Si tratta, difatti, della serata canonicamente consacrata dai giovani, liberi da impegni di lavoro o di studio, al divertimento. Quando le vittime di queste sciagure sopravvivono, può accadere che i postumi consistano in deficit cognitivi e motori talmente gravi da impedire loro di condurre un’esistenza soddisfacente. Si hanno, allora, famiglie messe a dura prova, progetti esistenziali in fumo, sofferenze fisiche e psicologiche indicibili, bisogni assistenziali che richiedono la presenza costante di una persona 24 ore su 24. Tutto come conseguenza dell’errore di un attimo. Si sono approntate in questi ultimi anni molte misure per contenere il fenomeno. Purtroppo i risultati non sono sempre stati incoraggianti. Sembra, tuttavia, che molte delle misure proposte: limiti di velocità, chiusura anticipata dei locali, patente a punti, siano ragionevoli e che non si può che proseguire con tenacia in questa direzione, magari adottando qualche nuova norma. Chi viola il codice della strada, chi guida in modo pericoloso o in cattive condizioni psicofisiche, va punito. Il permissivismo sulle strade, nella società contemporanea, si trasforma troppo spesso in  disinteresse e lassismo. La società deve tutelare i diritti di tutti ma nel contempo richiamare ognuno ai propri doveri e alle proprie responsabilità, soprattutto laddove, come sulle strade, si può perdere la vita. Abbiamo tutti il dovere di proteggere e nel contempo di proteggerci. E’ cosa giusta anche cercare di correggere le cause che determinano questi eventi luttuosi. Forse si potrebbero progettare strade più sicure. Sarebbe anche bene costruire veicoli provvisti di tutti quei dispositivi di sicurezza (ai bag, sistemi di frenatura ABS, computer di bordo) che la moderna tecnologia mette a disposizione degli utenti. Infine, l’educazione stradale. Essa andrebbe insegnata in maniera più incisiva, partendo già dalla scuola dell’obbligo o anche prima. I problemi, ad ogni buon conto, andrebbero cercati anche in altri ambiti. Le cause prime sono prevalentemente di ordine psicologico, sociale e culturale. La nostra epoca vive nel segno della velocità, dell’efficienza, della competizione e del consumo. Le industrie automobilistiche costruiscono vetture sempre più veloci che tentano di imporre sul mercato con pubblicità seducenti ed aggressive. La macchina veloce è, dunque, sinonimo di successo, anche sessuale. A questo si aggiunge il fatto che molti ragazzi sembrano investiti da una pulsione autodistruttiva che fomenta una sorta di cultura della morte. Essi sono caratterizzati da un solo comandamento: il divertimento a tutti i costi. Quest’ultimo, per molti giovani, può e deve realizzarsi solo attraverso “lo sballo”. Lo sballo, inevitabilmente, porta a eventi tragici ed irreparabili di cui gli incidenti stradali sono elemento determinante. E’ pur vero che la famiglia e le altre istituzioni attraversano un periodo di crisi profonda. Anche il mondo del lavoro non riesce ad offrire ai giovani gli sbocchi occupazionali desiderati. Certo, bisogna sempre distinguere caso per caso. No si può e non si deve generalizzare, tanto meno fare del facile moralismo: nessuno possiede una ricetta del buon vivere. Tuttavia bisognerebbe restituire un senso all’esistenza di ognuno di noi. Questo potrebbe essere un percorso praticabile. Pensiamo, ad esempio, ad attività che non abbiano soltanto uno scopo utilitaristico ma coinvolgano la solidarietà per e con gli altri. E se proprio non si riesce ad uscire da una visione assolutamente competitiva della vita, occorrerebbe capire che non sempre si può arrivare primi. La vita non ci chiede sempre la velocità del centometrista, bensì, la pazienza e la resistenza del fondista.

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