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E’ purtroppo diventata una consuetudine tragica leggere
sulle prime pagine dei quotidiani, specialmente quelli a
diffusione locale, la notizia di qualche giovane vita
stroncata in un incidente automobilistico. Per lo più si
tratta di ragazzi di ritorno da una nottata trascorsa in
un locale. Spesso chi guida è di sesso maschile. La
notte del sabato è l’intervallo temporale in cui più di
frequente si verificano gli incidenti. Si tratta,
difatti, della serata canonicamente consacrata dai
giovani, liberi da impegni di lavoro o di studio, al
divertimento. Quando le vittime di queste sciagure
sopravvivono, può accadere che i postumi consistano in
deficit cognitivi e motori talmente gravi da impedire
loro di condurre un’esistenza soddisfacente. Si hanno,
allora, famiglie messe a dura prova, progetti
esistenziali in fumo, sofferenze fisiche e psicologiche
indicibili, bisogni assistenziali che richiedono la
presenza costante di una persona 24 ore su 24. Tutto
come conseguenza dell’errore di un attimo. Si sono
approntate in questi ultimi anni molte misure per
contenere il fenomeno. Purtroppo i risultati non sono
sempre stati incoraggianti. Sembra, tuttavia, che molte
delle misure proposte: limiti di velocità, chiusura
anticipata dei locali, patente a punti, siano
ragionevoli e che non si può che proseguire con tenacia
in questa direzione, magari adottando qualche nuova
norma. Chi viola il codice della strada, chi guida in
modo pericoloso o in cattive condizioni psicofisiche, va
punito. Il permissivismo sulle strade, nella società
contemporanea, si trasforma troppo spesso in
disinteresse e lassismo. La società deve tutelare i
diritti di tutti ma nel contempo richiamare ognuno ai
propri doveri e alle proprie responsabilità, soprattutto
laddove, come sulle strade, si può perdere la vita.
Abbiamo tutti il dovere di proteggere e nel contempo di
proteggerci. E’ cosa giusta anche cercare di correggere
le cause che determinano questi eventi luttuosi. Forse
si potrebbero progettare strade più sicure. Sarebbe
anche bene costruire veicoli provvisti di tutti quei
dispositivi di sicurezza (ai bag, sistemi di frenatura
ABS, computer di bordo) che la moderna tecnologia mette
a disposizione degli utenti. Infine, l’educazione
stradale. Essa andrebbe insegnata in maniera più
incisiva, partendo già dalla scuola dell’obbligo o anche
prima. I problemi, ad ogni buon conto, andrebbero
cercati anche in altri ambiti. Le cause prime sono
prevalentemente di ordine psicologico, sociale e
culturale. La nostra epoca vive nel segno della
velocità, dell’efficienza, della competizione e del
consumo. Le industrie automobilistiche costruiscono
vetture sempre più veloci che tentano di imporre sul
mercato con pubblicità seducenti ed aggressive. La
macchina veloce è, dunque, sinonimo di successo, anche
sessuale. A questo si aggiunge il fatto che molti
ragazzi sembrano investiti da una pulsione
autodistruttiva che fomenta una sorta di cultura della
morte. Essi sono caratterizzati da un solo comandamento:
il divertimento a tutti i costi. Quest’ultimo, per molti
giovani, può e deve realizzarsi solo attraverso “lo
sballo”. Lo sballo, inevitabilmente, porta a eventi
tragici ed irreparabili di cui gli incidenti stradali
sono elemento determinante. E’ pur vero che la famiglia
e le altre istituzioni attraversano un periodo di crisi
profonda. Anche il mondo del lavoro non riesce ad
offrire ai giovani gli sbocchi occupazionali desiderati.
Certo, bisogna sempre distinguere caso per caso. No si
può e non si deve generalizzare, tanto meno fare del
facile moralismo: nessuno possiede una ricetta del buon
vivere. Tuttavia bisognerebbe restituire un senso
all’esistenza di ognuno di noi. Questo potrebbe essere
un percorso praticabile. Pensiamo, ad esempio, ad
attività che non abbiano soltanto uno scopo
utilitaristico ma coinvolgano la solidarietà per e con
gli altri. E se proprio non si riesce ad uscire da una
visione assolutamente competitiva della vita,
occorrerebbe capire che non sempre si può arrivare
primi. La vita non ci chiede sempre la velocità del
centometrista, bensì, la pazienza e la resistenza del
fondista. |